Volontariato in Africa? L’apoteosi dell’Etnocentrismo occidentale

white guilt: un'espressione di origine statunitense che indica la colpa collettiva, sentita dall’uomo bianco, in relazione al razzismo strutturale che è risultato nella segregazione razziale degli anni ‘50. In più, il termine white colonial guilt comprende anche la colpa dell’uomo bianco europeo.



Partendo dal presupposto che vi è ancora un acceso dibattito sull’idea di “tramandare una colpa”, così come sulla questione della trasmissione transgenerazionale del trauma, è vero che esiste tutto un sistema che promuove l’intervento degli occidentali nelle questioni orientali e sub-sahariane.


Qualcuno potrebbe obiettare che sia un tentativo della nostra generazione di rimediare agli errori del passato, che ormai occidentale è sinonimo di sbagliato ed egocentrico, e che ogni azione dell’uomo bianco viene posta sotto accusa perché etichettata come dalla parte sbagliata della storia. Ma perché non analizziamo queste dinamiche più da vicino?

Quanti nella loro gioventù sono stati tentati da progetti di volontariato in qualche paese sperduto del Congo o del Sudan? Volantini che invitano a costruire case, insegnare l’inglese o distribuire pasti, il tutto accompagnato da esuberanti “Costruirai relazioni che dureranno per la vita! Un’esperienza unica! Nel cuore della natura incontaminata!” e quella narrativa che permette di trasformare tutto in un fantastico campo scuola. Come una vacanza, ma con il bonus della gratificazione che accompagna qualsiasi azione altruista.



Avete presente il famoso detto “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita.”?

Mi pare che queste missioni occidentali verso l’Africa non facciano altro che dare pesci agli uomini...pesci che tra l’altro, sanno trovare meglio da soli. Ad esempio, una delle attività maggiormente richieste riguarda la costruzione di infrastrutture: case, scuole, chiese... quello che accade molto spesso è che un gruppo di ragazzi arrivi sul luogo e venga seguito dai locali che insegnano loro la mansione. La sera si mangia insieme, si ride e si scherza, e nel frattempo i loro social si possono riempire di slogan altruisti e immagini esotiche.

Lo so che sto un po’ esagerando, e che la maggior parte – se non tutte – delle persone che parte per questo tipo di progetto ha davvero buone intenzioni, penso solo che non comprendano la cultura che li supporta e la totale inutilità – per non dire nocività – di tali spedizioni.


Allora non è forse questo un altro tentativo dell’uomo bianco di “civilizzare” i “selvaggi”? Di tornare a casa da salvatori, dopo aver fatto cose che i locali avrebbero saputo fare più velocemente, meglio, e che avrebbero pure creato posti di lavoro?

Non posso dire di avere la soluzione alla povertà e all'innegabile situazione di estremo degrado vissuta in alcune zone del continente, ma posso dire che queste missioni umanitarie non sono soluzioni a lungo termine, e che qualche giovane con tanta voglia di fare non salverà l’Africa.


Consiglio di ascoltare la testimonianza di questo ragazzo, che dopo essere stato volontario, spiega perché non dovresti fare il suo stesso errore: https://www.youtube.com/watch?v=JIiaV-g-op0&t=396s&ab_channel=SelflessbyHyram

Il volontariato nel Sud del mondo è solo un altro modo più subdolo per imporre la nostra superiorità culturale: non stiamo risolvendo problemi, ma creando esperienze per noi stessi.


Articolo a cura di: Arianna Roetta



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