Vivian Maier, la donna che catturava gesti e volti, torna a Torino

Dopo il Musée du Luxembourg di Parigi, Vivian Maier torna a Torino, ai Musei Reali dal 9 febbraio al 26 giugno, con una mostra “Inedita” di nome e di fatto. Pensata con l’intento di raccontare finalmente l’artista attraverso oggetti personali e lavori sconosciuti, resi inediti, come la serie di foto scattate nell’estate del 1959, dove la Maier trascorse qualche tempo in Italia, a Torino e a Genova; la mostra punta ad approfondire anche aspetti sconosciuti della vita artistica e non.



Vivian Maier venne “scoperta” nel 2007, pochi anni prima della sua morte (2009), dal giovane John Maloof, all’epoca alla ricerca di materiale per documentare a dovere la città di Chicago e che acquistò per 380 dollari, il contenuto di unbox un tempo appartenuto ad una donna che non poteva più permettersi il costo dell’affitto. Tra le varie cianfrusaglie vi trovò rullini e centinaia di negativi.


La particolarità della Maier sta nella ricerca di significato in oggetti e persone che vivono il quotidiano, ma che vengono catturati nel pieno della loro umanità, nella forma più autentica del loro essere e senza esserne a conoscenza, questo rende i suoi scatti così veri. Sono coincidenze, a volte aneddoti, occasioni talvolta attese e ricercate, istanti ai quali forse nessuno presta attenzione, ma che dietro l’occhio della Rolleiflex di Vivian Maier, diventano soggetto di narrazione e protagonisti, trasformando così un incontro ordinario, in uno scatto straordinario.


I suoi autoritratti non sono da meno nella sua produzione, scatti improvvisati di una donna che vaga e non guarda mai l’obiettivo ma solo l’immagine dinnanzi a sé, mentre per altri numerosi scatti sfruttò materiali riflettenti, come specchi, vetrine e superfici particolari. La produzione si sviluppa attorno ad ambienti umili, quartieri operai e popolari animati da una vita frenetica e dalla strada, luogo simbolo della Maier, giacché favorisce l’osservazione, ed è lì che tutto è possibile e tutto può succedere.


Tra i soggetti della Maier però vi sono spesso volti di bambini, occhi che sbucano da qualche nascondiglio, pianti, manine intrecciate e guance piene, questo perché secondo la fotografa è proprio l’infanzia il momento in cui la realtà si ferma per dare spazio a quelle immagini di illusione e fantasia in grado di raccontare storie. E forse l’essere stata a contatto con i bambini, in veste di bambinaia, per tanto tempo, l’ha aiutata non a sviluppare bensì a mantenere quello sguardo che crescendo tende a sfumare e che consiste non solo nell’osservare il mondo circostante, ma a scoprirlo in modo sempre diverso. In quegli anni ebbe modo di studiare la mimica facciale, i gesti, gli sguardi e tutto ciò che fa parte della vita di un bambino.


La parola d’ordine da sapere prima di immergersi in questo vasto repertorio di genti? Dettaglio. Sappiate cercare e riconoscere il dettaglio che fa la differenza e avrete in mano la chiave per leggerne la storia.


Articolo a cura di: Matilda Balboni

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