Una violenza ancora troppo giustificata

Quanto tempo ancora dovrà passare prima che l’essere umano riconosca la molestia, fisica o verbale, come qualcosa che è sempre ed oggettivamente sbagliato?


Recentemente si è discusso molto di violenza sulle donne e molestie, soprattutto dopo l’arresto, avvenuto il 7 Novembre, dell’imprenditore Alberto Genovese, accusato da una diciottenne di violenza sessuale. Da questa vicenda è derivata un’orda di accuse e commenti spregevoli nei confronti della ragazza, la quale, purtroppo a detta di molti, ha colpa di aver partecipato volontariamente ad una festa, pur cosciente della presenza di droghe al suo interno.


Ciò che fa riflettere è quanto, ancora, la società giustifichi questo tipo di violenze; quanto, ancora, la donna si debba sentire in difetto nonostante non abbia nessuna colpa. Perché, fino a che ci saranno persone che giustificano la violenza sessuale – legittimandola con la scusa del vestito troppo scollato, del “quasi consenso” dato dall’ubriachezza o dal consumo di sostanze, dall’orario o dalla zona in cui si cammina – ci saranno sempre uomini che si sentono in diritto di approfittarne. Quello che, tristemente, la società fatica a comprendere e attuare è un valore primitivo, e oserei dire scontato in una società moderna come la nostra, ovvero il rispetto. Sul rispetto si possono costruire le basi di un’educazione che non spaventa le ragazze per prevenire il peggio, ma che insegna ai ragazzi a non tirare fuori da sé “quel” peggio che si cerca tanto di evitare; soprattutto alle donne va insegnato il rispetto e l’amore per se stesse, al fine di non dover più conoscere ragazze che si colpevolizzano o si sentono, in qualche modo, responsabili della violenza.


Credo che il problema abbia anche una radice più profonda, naturale quanto inconscia. Molti, infatti, non riescono ad accettare il fatto che l’uomo abbia una componente animale al suo interno, nonostante questo non sia qualcosa di sbagliato o di cui vergognarsi (basti pensare all’istinto, a ciò che ci fa percepire un pericolo). Lo sbaglio, però, è liberare l’istinto più primitivo che si cela dentro di noi e, invece che controllarlo rendendolo utile, lasciare che lui controlli noi. Dare ascolto a qualsiasi desiderio, d'altronde, è qualcosa che fin da piccoli viene disincentivato, in quanto l’educazione comune consiste nell’insegnare la disciplina – anche se, fortunatamente, con metodi e fini diversi rispetto ai secoli passati – e a sopprimere determinate emozioni, tutto al fine di non venire distratti durante il raggiungimento degli obiettivi, più o meno, socialmente imposti.


È possibile che la continua oppressione di una parte di noi, insita in tutti gli uomini, abbia come conseguenza il fenomeno opposto, ovvero l’emersione prorompente, ad un certo punto della nostra vita, di quel lato più “animalesco” che tanto si è cercato di nascondere?


Quello che è certo, nonostante le teorie sull’origine di questo tipo di violenza gratuita, è quanto il fenomeno della molestia sessuale sia ancora molto presente in tutto il mondo. Secondo le stime dell’Istat, infatti, il 31,5% delle 16-70enni (ovvero 6 milioni e 788 mila) ha subito nel corso della propria vita qualche forma di violenza fisica o sessuale. Dati gravissimi, eppure il tema viene ancora troppo sottovalutato, o, peggio, normalizzato. Come per tutte le forme di violenza, anche quella sessuale, ha una componente più “attiva”, la quale riguarda il soggetto che compie violenza in prima persona, e una parte più “passiva”. Di quest’ultima, a mio parere colpevole quanto la prima, fa parte chiunque giustifica la violenza, o assiste senza prendere le parti della vittima, ripetendo a se stesso e agli altri le scuse citate all’inizio di questo articolo. Per tale motivo è fondamentale la componente sociale: la violenza non verrà mai abbandonata fino a che tutti non saranno sempre, e con convinzione, dalla parte della vittima. Perché la violenza crea questo, vittime, e sono tutte uguali, anche se vestite in modi diversi, anche se più o meno ubriache. La violenza ruba la dignità della persona, la rende inerme; e l’ultima cosa che qualcuno merita di sentirsi dire in questa situazione, è che l’alibi del suo assalitore viene sostenuto dalla comunità.


Articolo a cura di: Letizia Malison



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