Una memoria che non ti aspetteresti: quando dimenticare fa bene

La perdita dei propri ricordi spaventa, è innegabile. Il valore dei ricordi sta nel fatto che tutte le esperienze vissute finora hanno forgiato la persona che siamo oggi. Compresi i pregi di cui andiamo fieri e gli spigoli della nostra personalità che vorremmo smussare, ma che sembrano sempre così affilati.



La perdita di memoria più conosciuta secondo l’immaginario comune è l’amnesia: un disturbo della memoria a lungo termine episodica, che riguarda cioè i ricordi della nostra vita. Ma ci sono buone notizie: non tutte le dimenticanze sono amnesie ed esistono forme di oblio che aiutano a vivere meglio.


Andiamo però con ordine, descrivendo prima quando la perdita della memoria è patologica, per poi saperla distinguere dall’oblio adattivo.


L’amnesia è in genere provocata da un evento traumatico: trauma cranico, terapia con l’elettroshock (utilizzata ancora oggi per curare alcune depressioni) e operazioni chirurgiche sono alcuni esempi di traumi che possono provocare un’amnesia. Esistono molti tipi di amnesie: le principali sono la anterograda, la retrograda e la globale transitoria.


Un paziente con amnesia anterograda non riesce più a consolidare nuovi ricordi. È bloccato in un eterno passato precedente all’evento traumatico. Potrebbe vedere le stesse persone tutti i giorni e ogni giorno presentarsi, perché avrebbe la sensazione di non averle mai viste prima.

L’amnesia retrograda provoca l’oblio dei ricordi precedenti all’evento traumatico. È il tipo di amnesia più rappresentata nei film: tipicamente il personaggio, vittima di un incidente, non ricorda più gli ultimi anni della sua vita. Come ben mostrato nel mondo del cinema, generalmente l’amnesia retrograda risparmia i ricordi più vecchi.


L’amnesia globale transitoria colpisce i ricordi prima, durante e dopo l’evento che l’ha scatenata ed è meno duratura rispetto alle altre amnesie. Ci sono diverse cause scatenanti: immersione improvvisa in acqua fredda o molto calda, sforzi fisici importanti, stress emotivi intensi, dolore, rapporto sessuale…


Queste e altre forme di perdita di memoria sono patologiche perché mettono in difficoltà l’individuo che ne soffre e nei casi più gravi non lo rendono più autosufficiente. L’oblio “che fa bene”, di cui ho accennato nell’introduzione, si distingue dalla perdita di memoria patologica perché, detta in parole povere, ci rende la vita più facile.


Come?


Innanzitutto, regolando le nostre emozioni. L’oblio limita l’accesso a ricordi emotivamente intensi, favorendo l’equilibrio emotivo. Immaginate di poter ricordare nei minimi particolari e con la stessa vividezza tutte le esperienze traumatiche che avete vissuto. Sarebbe un inferno. Ovviamente certi ricordi forti rimarranno sempre con noi ma, con il tempo, l’azione dell’oblio li renderà meno intensi. In questa regolazione emotiva contribuisce anche il sonno. (Per saperne di più: https://www.ilconfrontoquotidiano.com/post/sleep-to-forget-sleep-to-remember-come-il-sonno-regola-le-emozioni )



Paradossalmente, l’oblio è importante anche per l’apprendimento. Permette, infatti, di imparare delle generalità da episodi singoli ripetuti. In questo caso i dettagli dei singoli eventi vengono tralasciati per favorire l’apprendimento di concetti astratti e schemi generali.


Infine, l’oblio limita l’accesso a informazioni che non sono utili al contesto. Dimenticare, in questo senso, è importante per rimanere aggiornati con il capitolo della vita che stiamo vivendo.


Articolo a cura di: Isabella Rancan



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