Un mondo bianco o nero: il disturbo borderline di personalità

“Siamo tutti un po’ borderline” fa parte delle classiche affermazioni, come “Chiunque è un po’ psicologo”, che potrebbero far perdere le staffe a chi l’ha studiata e la studia davvero, la psicologia. Spiego il motivo.


Il disturbo borderline di personalità è una condizione clinica grave che pervade tutti gli aspetti della vita di chi ne soffre, dalle relazioni interpersonali alle emozioni, fino alla visione di sé. Inoltre, spesso questi pazienti hanno comportamenti autolesivi o tentano il suicidio. Le persone con questo disturbo sono estremamente sensibili al rifiuto da parte degli altri, per questo cercano a tutti i costi di evitarlo. Questa sensibilità verso gli altri e i rapidi cambi di umore rendono difficile creare delle relazioni sane e stabili: può succedere che in un primo momento l’altro (un amico, il partner del paziente) venga idealizzato e considerato come un dio, ma poco dopo denigrato e svalutato. Altre caratteristiche di questo disturbo sono l’impulsività e i frequenti scoppi di rabbia, alternati a momenti di noia e senso di vuoto. Chi ha una personalità borderline vede se stesso e il mondo in bianco e nero. O tutto buono, o tutto cattivo. Non c’è una visione integrata delle cose, ed è difficile considerare se stessi e gli altri con caratteristiche sia positive che negative. Questo è uno dei motivi per cui tale condizione clinica è difficile da trattare: affinché un problema psicologico venga superato, è necessario che paziente e terapeuta collaborino e stabiliscano un rapporto di fiducia più o meno stabile. Ma la difficoltà nelle relazioni è per l’appunto uno dei principali sintomi della personalità borderline, quindi già in partenza è tutto più complicato, senza contare che in alcuni casi serve un intervento tempestivo per evitare il suicidio del paziente.

Quali sono i motivi di una personalità così complessa e mutevole? La teoria che sembra dare la risposta più efficace è quella di Marsha Linehan, una delle ricercatrici più innovative nel campo della psicologia clinica. Secondo la Linehan, alcuni individui hanno delle caratteristiche cerebrali che li predispongono al disturbo borderline. Per esempio, di fronte a immagini a contenuto emotivo, la corteccia prefrontale di queste persone non è in grado di regolare efficacemente l’attività dell’amigdala, un’area che risponde ai segnali di pericolo. Questo non vuol dire che tutti coloro che reagiscono così a livello cerebrale svilupperanno un disturbo borderline, ma sono più a rischio se crescono in un ambiente difficile che non insegna loro a gestire correttamente le emozioni (abusi, genitori borderline o assenti…).


Una terapia psicologica molto usata per il trattamento del disturbo borderline è la dialettico-comportamentale. Questa terapia combina empatia e accettazione del paziente per quello che è, con l’elemento paradossale della necessità del cambiamento per poter ridurre i sintomi del disturbo. La terapia dialettico-comportamentale è efficace, proprio perché è stata messa a punto da una ex paziente borderline grave: la Dott.ssa Linehan, appunto, ora guarita e diventata ricercatrice e docente di psicologia, psichiatria e scienze del comportamento all’Università di Washington.


“L'accettazione può trasformare, ma se si accetta al fine di trasformare, allora non è più accettazione. Accettare è come amare. L'amore non cerca ricompense, ma quando viene dato generosamente è ricompensato cento volte. Chi perde la propria vita la ritrova. Chi accetta, trasforma.” (Linehan, 1992)


Articolo a cura di: Isabella Rancan



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