Un luogo per proteggersi dal rischio di morte per overdose

“Se proprio non possiamo fare a meno di drogarci, è molto meglio farlo sempre nello stesso posto!” Questa è stata la frase con cui un professore si è congedato da una delle lezioni iniziali del mio primo anno di università. Ovviamente una tale affermazione non è passata inosservata tra le quasi 200 matricole presenti. Ognuno ha probabilmente guardato il proprio vicino da poco conosciuto senza capire, ma tutti avevano inteso che una spiegazione sarebbe arrivata solo frequentando quel corso. Inutile dire che successivamente, per ogni lezione fino alla fine del semestre, si è fatto a gara a chi riuscisse ad accaparrarsi un posto in aula. Quella frase è stata chiaramente provocatoria, ma riguarda un’importante verità sul mondo della droga: una verità in grado di segnare una linea netta tra sopravvivenza e morte per overdose.



Gli stupefacenti sono sostanze che agiscono a livello del sistema nervoso, alterandone la normale funzionalità a livello chimico, biologico e funzionale. Anche se in tempi e quantità diverse, tali sostanze possono creare condizioni di dipendenza e tolleranza. Se la dipendenza da droghe è ben consolidata nell’immaginario comune, la tolleranza è un fenomeno meno conosciuto, ma comunque importante, per capire cosa intendesse il professore quando ha pronunciato la frase citata in apertura.


La tolleranza (o assuefazione) si verifica quando si diventa meno sensibili agli effetti di una sostanza in seguito all’assunzione ripetuta. A questo punto occorre una maggiore quantità di droga per provare gli stessi effetti delle prime volte, degenerando in un’escalation dalle conseguenze potenzialmente letali. Di fronte a un caso di overdose, si può ingenuamente pensare che l’individuo abbia assunto una dose maggiore del solito. Ma ogni anno muoiono per overdose persone la cui ultima assunzione di droga, quella fatale, era stata della stessa quantità delle precedenti. La stessa dose provata in passato non aveva provocato problemi letali, poi all’improvviso qualcosa deve essere andato storto.


Come si spiega una cosa del genere?


Per trovare una risposta occorre tornare al meccanismo di assuefazione. Si sviluppa tolleranza per una droga non solo a causa di alterazioni chimiche e biologiche, ma anche a causa di fattori esterni. Infatti, entra in gioco anche l’ambiente in cui si è soliti assumere la sostanza e gli strumenti utilizzati per prepararla, come siringhe, cartine e altro: ogni volta che si assume la sostanza, si associa il contesto (ambiente, strumenti usati per l’assunzione, processo di preparazione…) agli effetti psicotropi. Tutti questi elementi, che il tossicodipendente ha imparato ad associare agli effetti della droga, inducono l’organismo ad attivare una risposta fisiologica di compensazione: tale reazione ha l’obiettivo di contrastare gli effetti di scompenso che provocherà la droga. A mano a mano che il numero di assunzioni aumenta, l’organismo impara a mettere in atto risposte compensatorie sempre più potenti; tali risposte riducono gli effetti della droga (assuefazione) e inducono il tossicodipendente ad aumentare progressivamente le dosi. Quando una dose viene assunta in un ambiente diverso dal solito, l’organismo non riconosce i segnali che solitamente segnalavano un imminente scompenso chimico e non prepara i meccanismi compensatori. Un ambiente nuovo può quindi essere fatale.


Il significato della citazione in apertura è ora chiaro, il contesto gioca un ruolo fondamentale nel rendere l’organismo pronto a fronteggiare gli effetti della droga. È tutto un gioco di fragili equilibri.


Articolo a cura di: Isabella Rancan



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