Un dono dal mare: il rarissimo e prezioso bisso

Sottilissimo ma estremamente forte, nominato anche nella Bibbia, il bisso è prodotto dal più grande mollusco endemico del Mediterraneo, la nacchera (Pinna Communis), che popola le coste di Sicilia, Sardegna, Spagna, Francia e Turchia. Questo bivalve può raggiungere anche il metro di altezza e vive nei fondali sabbiosi a stretto contatto con la Posidonia Oceanica, una pianta marina che forma grandi distese dette ‘praterie’.



Purtroppo, è sempre più difficile individuarla, poiché a rischio estinzione dal 1992, situazione a cui l’inquinamento marino ha contribuito abbondantemente. Negli ultimi anni si è registrata, in alcune zone, una morìa di nacchere causata da un parassita che le minaccia da diversi anni, a cui però fortunatamente alcuni esemplari resistono. Si tratta dell’Haplosporidium Pinna, microrganismo che esplica la sua azione nell’apparato digerente portando l’essere colpito a non mangiare e conseguentemente alla morte. Le nacchere in fin di vita si riconoscono facilmente poiché sono poggiate orizzontalmente sul fondale, mentre quelle vive e in buona salute sono infossate verticalmente e ancorate con numerosi filamenti.


La forma delle valve ricorda quella di una cozza e non di rado, nelle località costiere, diventano originali ornamenti per interni. Così come la cozza, la nacchera produce una sostanza adesiva (il bisso, appunto) fatta di cheratina con cui salda la propria conchiglia al substrato su cui passerà la vita e che quindi è fondamentale per la sua sopravvivenza. A contatto con l’acqua questa si solidifica e si attorciglia su sé stessa intrappolando piccole conchiglie, coralli e alghe. La differenza tra il bisso della cozza e quello della nacchera è che il primo non viene ricercato, il secondo è molto prezioso e protagonista di un’affascinante tradizione che solo una persona oggi custodisce.


L’ultima maestra del bisso si chiama Chiara Vigo, vive a Sant’Antioco, in Sardegna, e ha tenuto in vita l’arte del filare la seta del mare grazie a sua nonna, che guardava lavorare il bisso fin da quando era piccola. Leggendo la storia di Chiara mi ha colpito una frase: ‘quello che si tesse col bisso non si vende e non si compra, perché appartiene a tutti’. La donna, infatti, vive solo di offerte e le sue opere sono state dichiarate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Per arrivare al bisso lavorabile la prima cosa da fare è immergersi e raccogliere i filamenti marini, che poi si liberano dalle impurità, si filano e si colorano con pigmenti naturali estratti da foglie, conchiglie e cortecce, senza inquinare. Si ottiene, dopo tanta pazienza e passione, un tessuto molto lucido e morbido. Con 300 gr di fibra si ricavano solo 30 grammi e 12 metri di tessuto e dei quaranta centimetri prodotti da una nacchera adulta, per creare il bisso si usano solo gli ultimi cinque. È possibile ottenere diverse tonalità di colore che vanno dal porpora al viola e dall’oro allo scarlatto. Per il color porpora la lavorazione è particolarmente difficile poiché per il rilascio del colore servono ben 28 giorni.


Per portare avanti quest’arte è necessario riacquistare un’abitudine che abbiamo perso: rispettare i tempi della natura; con il risultato che per produrre un coprimano da 7 centimetri per 28 si impiegano 7 anni. Quella del bisso è una tradizione molto antica ed ecosostenibile che non è possibile riprodurre su larga scala, ma crea un legame ancora più stretto tra uomo e mare ci ricorda ancora una volta come siamo dipendenti dalla natura e come da essa possiamo scoprire cose nuove e uniche.


Articolo a cura di: Mariangela Pirari




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