Un cuore così bianco

“Ho scoperto (ma solo dopo averlo terminato) che Un cuore così bianco parlava del segreto e della sua possibile convenienza, della persuasione e dell’istigazione, del matrimonio, della responsabilità di chi ha saputo, della possibilità di sapere e dell’impossibilità d’ignorare, del sospetto, del parlare e del tacere.”


Scrive così l’autore, Javier Marias, nell’appendice del romanzo, e ho voluto riportare questo passaggio perché non avrei potuto usare parole migliori. “Un cuore così bianco” infatti parla di una cosa sola: di un segreto, un segreto violento che si scoprirà solo alla fine.



Questo elemento però non deve trarre in inganno. Il libro in questione non è un giallo, e non gioca sulla tensione o sulla suspence. Non si può nemmeno dire che abbia un ritmo serrato o che sia particolarmente scorrevole. È un libro lento, che si prende tempo per gli incisi, le divagazioni e le riflessioni, le quali occupano un peso assai più rilevante della trama stessa, molto esigua se non addirittura inesistente. Lo stile di Marias è all’opposto di quello asciutto di Hemingway o Carver, come avrete capito.


Fra tutti, il capitolo con più azione è probabilmente il primo.


«Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era più una bambina ed era appena tornata dal viaggio di nozze, andò in bagno, si mise davanti allo specchio, si sbottonò la camicetta, si sfilò il reggiseno e cercò il cuore con la canna della pistola di suo padre, il quale si trovava in sala da pranzo in compagnia della parte della famiglia e di tre ospiti».


Questo è l’inizio del libro, ed è un incipit potentissimo. La storia inizia con un suicidio di una donna appena tornata dal viaggio di nozze. Perché si è uccisa? Marias ci immerge da subito nel tema principale: perché non riusciva a sopportare il peso di un segreto (quello che si scoprirà alla fine).


Eppure la protagonista non è lei, perché nel secondo capitolo il vero protagonista, Juan, dice che quel fatto è accaduto molto prima che lui nascesse, e che la donna che si uccise era sua zia. Ora è lui ad essere in viaggio di nozze con sua moglie, Luisa, che è un personaggio importante, per quanto non particolare, perché innesca delle bellissime considerazioni sul matrimonio (altro tema centrale). Juan sceglie di sposarsi con Luisa dopo meno di un anno, eppure l’idea più che gioia gli procura ansia, fin da subito. Il giorno stesso delle nozze si fa una domanda (anzi, gliela pone suo padre, Ranz, ma lui continuerà a pensarci) “E adesso?”


Non sa e non saprà mai rispondere, ma arriva alla conclusione che si sta sposando perché è logico e perché non l’ha mai fatto prima, e i passi più importanti si fanno per logica o per provare, o, ed è lo stesso, perché sono inevitabili.


«Da domani non ci saranno le piccole incognite che per quasi un anno hanno riempito i miei giorni. Saprò troppo, saprò più di quello che voglio sapere di Luisa, avrò davanti a me ciò che mi interessa e ciò che non mi interessa, non ci sarà selezione né scelta, la tenue scelta quotidiana che supponeva telefonarsi, darsi un appuntamento, trovarsi con lo sguardo davanti al cinema o a un ristorante, oppure prepararsi e uscire per incontrarsi. Non vedrò il risultato ma il processo, che forse non mi interessa».


Nemmeno alla fine del romanzo Juan ha la certezza che la amerà per sempre, e non può escludere che uno dei due tradirà l’altro.


Veniamo infine a un’ultima questione: il titolo. “Un cuore così bianco” è una citazione da Macbeth, di Shakespeare. Macbeth ha confessato a sua moglie di aver ucciso re Duncan nel sonno, e informandola anche lei ora è colpevole, anzi, lo era già prima, perché è stata lei stessa ad averlo istigato. Eppure non avendo compiuto l’azione in prima persona se ne vuole tirare fuori e dice a Macbeth: “Le mie mani sono del tuo stesso colore, ma mi vergogno ad avere un cuore così bianco”.



Lady Macbeth si considera innocente, perché le istigazioni in fondo sono parole; solo gli atti sono irreversibili.


Ma cos’hanno in comune Macbeth e Un cuore così bianco? Come scrive Marias nell’appendice, la responsabilità di aver saputo.


Perché una volta che si conosce un segreto non si può far finta di niente.


«Le orecchie sono prive di palpebre che possano chiudersi di fronte a ciò che viene pronunciato, non si possono proteggere da ciò che sta per essere ascoltato, è sempre troppo tardi. Ormai sappiamo, e ciò probabilmente macchia i nostri cuori così bianchi, o forse pallidi e timorosi, o codardi».


Articolo a cura di: Maria Luisa Da Rold



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