Un cervello che sa adattarsi: il più potente strumento di sopravvivenza umana

“L'adattamento non è camaleontismo, ma indica la capacità di resistere e di assimilare.” (M. Gandhi)



Adattarsi alle circostanze è quello che tutti gli esseri viventi hanno fatto fin dagli albori della storia della vita. L’istinto di autoconservazione, se così lo si può chiamare riferendosi alle primordiali forme di vita sulla Terra, ha permesso una sopravvivenza sufficiente al mantenimento di specie che si sono evolute e differenziate nel tempo, fino a creare l’eterogeneità della vita che conosciamo oggi.


Se si pensa all’essere umano, a tutto quello che è e crea, sono strabilianti la complessità e la delicatezza che caratterizzano il suo più potente strumento di sopravvivenza: il cervello. Se la forza fisica fosse stata la variabile per cui una specie avrebbe potuto dominare sulle altre, probabilmente non sarei qui a scrivere il mio articolo in una terrazza vista mare e voi non avreste mai letto queste parole, ma saremmo in qualche bosco a cercare di non farci mangiare dai predatori. Direi che ci è andata bene, evoluzionisticamente parlando.


Quello che il nostro cervello è oggi, è il frutto di piccole e lentissime modifiche accumulate nel tempo. Adattarsi al contesto e imparare a conoscerlo per poterlo dominare è quello che permette in primis una migliore sopravvivenza del singolo, in secundis si accumulano modifiche comportamentali e cerebrali che, a lunghissimo andare, portano all’evoluzione della specie.


Trovo che la frase in apertura si adatti alla perfezione a quello che succede nel cervello durante la vita di un individuo. Infatti, resistere e assimilare è proprio quello che il cervello fa a partire dai primissimi mesi di vita, fino alla morte dell’individuo. Quando viene al mondo, un neonato è dotato di un cervello immaturo su svariati fronti: ad esempio il lobo frontale, responsabile di sofisticate abilità di controllo del comportamento e delle altre funzioni cognitive (memoria, attenzione, linguaggio…), non è completamente formato fino ai 20 anni. Grazie alle esperienze (assimilare) e alla naturale maturazione cerebrale dei primi anni di vita, il lobo frontale e molte altre aree del cervello si sviluppano nel tempo. D’altra parte, però, al momento della nascita il cervello umano non è una tabula rasa, ma esistono determinati circuiti cerebrali che andranno a supportare specifiche competenze.


Facciamo un esempio. Come ben sappiamo, non nasciamo già in grado di leggere, ma è necessario un insegnamento esplicito e duraturo nel tempo. Cosa succede nel cervello di un bambino che sta imparando a leggere? Nell’emisfero posteriore di sinistra si crea la cosiddetta Visual Word Form Area (VWFA), un’area del cervello che si attiva intensamente nei lettori esperti alla presentazione di una parola dotata di significato. La VWFA non risulta altrettanto attiva quando si mostra una parola a bambini che non hanno ancora imparato a leggere. L’aspetto curioso è che, indipendentemente dalla lingua madre, la VWFA si sviluppa quasi sempre nello stesso punto del cervello ed è sempre attiva durate la lettura di parole conosciute. Quindi il cervello umano ha subito delle pressioni evoluzionistiche tali per cui resiste all’esperienza contingente di cambiamento. Un po’ come le onde del mare sugli scogli: sono necessari molto tempo e molte onde affinché lo scoglio cambi forma.


La capacità di resistere e di assimilare può riferirsi anche a forti esperienze emotive cui andiamo incontro. Resistere all’improvviso squilibrio per raggiungerne uno nuovo, assimilare conoscenza e raggiungere una consapevolezza maggiore di sé per essere più resilienti in futuro.


Articolo a cura di: Isabella Rancan



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