Torno a prenderti

A tutti i lettori, anche quelli più appassionati, capita di aver bisogno di quel libro da un centinaio di pagine, un libro dal ritmo veloce, che sia scorrevole, ma non superficiale, breve, ma significativo. Stephen King nel 2007 scrive il racconto perfetto per queste occasioni: Torno a prenderti (originariamente: The Gingerbread Girl).


La storia segue le vicende di una donna, Emily, la cui perdita della figlia appena nata la spinge ad allontanarsi dalla propria vita per un po’, trasferendosi nella casa da pescatore del padre sull’isola di Vermillion Key, in cerca della solitudine necessaria ad elaborare il lutto. Le giornate per qualche tempo trascorrono tranquillamente ed Emily sembra quasi aver ritrovato il proprio equilibrio, quando la donna si ritrova improvvisamente in un incubo già velatamente annunciato.


Nulla di più può essere aggiunto per anticipare la trama di un thriller il cui evolversi degli eventi lascia il lettore sempre più sorpreso e avido di informazioni; le pagine scorrono una dopo l’altra e lo sguardo non riesce a staccarsi dalla carta. Come sempre, King proietta le parole che scrive componendo scene suggestive nel cinema della mente di chi legge, sembra di avere di fronte agli occhi l’inseguimento, la spiaggia, il sangue, e il ricordo che rimane dell’opera è inspiegabilmente visivo.


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Come di consueto Stephen pone al centro del proprio racconto una donna, i suoi caratteri non sono fortemente marcati, né la sua psicologia approfondita più di quel che serve alla narrazione, ma di lei conosciamo due aspetti: il suo profondo dolore e la sua forza inesauribile. Anche questi, entrambi aspetti peculiari delle donne partorite dal genio di King, donne spesso ferite nell’anima, che trovano il modo di risollevarsi e apparire di una forza sconvolgente nel momento della rivalsa.


Questo è uno di quei libri in cui si tifa, si avrebbe quasi la voglia di andare proprio lì, dove si trova la protagonista, e fare lo sgambetto al nemico per darle vantaggio, e il senso di soddisfazione che si prova ogni volta che la si vede rialzarsi è palpabile.


Il carnefice della ragazza è un uomo a cui King conferisce tutte le caratteristiche più meschine, ma a lui, in realtà, spetta un ruolo che si comprende solo dopo aver sfogliato l’ultima pagina e aver messo in ordine i pensieri, ormai non più distratti dal susseguirsi degli eventi. Quell’uomo da cui la donna continua a fuggire, da cui viene ferita, da cui si sente bloccata, da cui si libera, egli è la personificazione dei mali interiori della protagonista, gli stessi da cui è fuggita illudendosi di poterseli lasciare alle spalle, gli stessi che si trova costretta ad affrontare in scene quasi catartiche in cui il lettore la guarda rinascere dal dolore.


Articolo a cura di: Miriam Stillitano



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