The social dilemma

Aggiornato il: 27 ott 2020

Analisi di un presente distopico.


The social dilemma - Il confronto quotidiano

Sono nata nel futuro. Più precisamente, sono nata nel presente di un libro sul futuro, un libro degli anni Quaranta circa. Sono partecipe di eventi frutto della mente di un genio visionario. Dove vivo io gli androidi sono nostri amici, si può parlare con loro, si portano a cena fuori, si raccontano loro tutti i propri segreti (proprio tutti), il mio androide mi conosce meglio di quanto io conosca me stessa. Gli androidi non possono farci del male, un robot non può recare danno all'umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l'umanità riceva danno.

Io non sono nata in un libro degli anni Quaranta, vivo nel 2020, è tutto simile, ma nel mondo reale la Legge Zero è stata dimenticata, pertanto, sono partecipe di poco e succube di molto. Non vorrei, tuttavia, essere fraintesa: “molto” è ciò che subisco, ma la parola adatta è “pochi”, si perché pochi sono i miei burattinai. Pochi androidi? No. Uomini. Considerare gli androidi artefici della mia sudditanza sarebbe, infatti, equivalente all’attribuire poteri maligni a un blocco di pietra, dunque assurdo, ma se un uomo abile scolpisce la pietra e con essa fabbrica una lancia, allora la pietra potrà ferirmi. E lo farà.

Il 9 Settembre 2020 Netflix rilascia il documentario che dice esattamente quello che tu, complottista represso che non riesce più ad ascoltare i suoi amici che progettano il prossimo post su Instagram, hai sempre saputo e lo fa in modo rivoluzionario e profondamente accattivante. Si parla di “The Social Dilemma”.


Guardandolo, si subisce il fascino di un elaborato artistico ben costruito, frutto della mente di un regista abile e avvezzo al trattamento di tematiche sociali. L’esperienza maturata da Orlowski, infatti, lo porta ad affrontare il nuovo progetto con un approccio più efficace e sensazionalistico. Il documentario si sviluppa attorno a un principio di base “Se non paghi per il prodotto, allora sei tu il prodotto.”, viene poi spiegato che tutte le compagnie della Silicon Valley competono per guadagnare l’attenzione e le informazioni degli utenti.


Il regista, attraverso ex dipendenti delle più ricche società dell’internet, che come “pentiti” ne svelano i più loschi retroscena, delinea il profilo di organizzazioni sovranazionali che monitorano, prevedono e pilotano il comportamento di miliardi di utenti, diventando proprietarie del tempo, dei sentimenti e della vita di tutti e, dunque, monetizzando sempre di più.


Guadare il documentario è esaltante, ma il suo essere controverso lo rende facile oggetto di perplessità e riflessioni. Alla fine, superati i titoli di coda, ci si trova di fronte ad un messaggio molto forte: Tu che ascolti elimina i tuoi account social.


Parliamone. Risolviamo il problema alla radice.

Non penso che un messaggio così diretto sia mai stato trasmesso da posizioni così alte, per questo The Social Dilemma ha qualcosa di rivoluzionario. Una breve ricerca, tuttavia, ci porta a scoprire che Netflix e Facebook Inc. (proprietaria anche di Instagram e WhatsApp) hanno quasi esattamente gli stessi azionisti: le due compagnie hanno lo stesso invisibile proprietario. Questo fa sorgere il quesito più inquietante: perché Netflix demonizza una società figlia dello stesso padre, una società sovrapponibile a se stessa?

Non ho saputo rispondere con certezza, o forse non ho voluto, perché rispondere a questa domanda, in un breve attimo di incoscienza, ha significato per me vedere la resa del genere umano. In effetti il documentario in sé è l’emblema di questa resa e in quanto tale in sé conserva la risposta al mio quesito.


Sarò più esplicita: per un’ora e mezza si viene istruiti su quanto sia semplice prevedere e plasmare il pensiero umano senza che il singolo ne abbia la minima percezione e senza che costui possa intervenire in alcun modo, a questo punto viene consigliato di opporsi al meccanismo creato dalla stessa macchina che sta “parlando”. Perché?


Perché la macchina prevede, la macchina sa, sa perfettamente che il fatto che tu conosca ogni dettaglio perverso di essa non cambierà nulla, perché tu, essere che ancora si definisce umano, non hai più potere, credi di vivere in un mondo in cui hai scelta e non ti accorgi che ormai da tempo tu non decidi più nulla, non ti accorgi che non pensi più e non ricordi come si fa. E allora caro essere, se non pensi, a te, di umano, mi dispiace, ma non è rimasto nulla.

Il mio attimo di incoscienza mi è costato caro, ma non mi piace credere a quella storia. Se tutti eliminassero davvero i loro profili sui social media, allora, forse, si potrebbe dimostrare alla macchina che l’essere umano esiste ancora e che pensare di poterne prevedere i comportamenti è un insulto imperdonabile che degrada un essere che in sé è Dio e di cui il genio e la passione per secoli hanno prodotto frutti di bellezza inimmaginabile, a mero zimbello della società.

Io credo nell’uomo e spero che tutto ciò non sia inutile.


Miriam Cristina Stillitano




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