The Mask: Esilarante specchio di una realtà poco soddisfacente

Aggiornato il: 27 ott 2020


The Mask esilerante specchio di una realtà poco soddisfacente - Il confronto quotidiano

Nonostante siano trascorsi ventisei lunghi anni dalla distribuzione nelle sale cinematografiche del film “The Mask”, il quale vanta l’interpretazione dell’iconico Jim Carrey, schiere di appassionati ricordano tutt’oggi con nitida chiarezza ed affetto lo sfortunato bancario Stanley Ipkiss. The Mask appare sin da subito una pellicola dal tono scanzonato, ricca di gag esilaranti accompagnate dal ritmo del Charleston di “Cuban Pete”, brano originariamente performato da Louis Armstrong e reinterpretato da Carrey, che ancora una volta regala ai personaggi da lui impersonati il dono di una travolgente mimica facciale. La trama dell’opera appare piuttosto semplice, ricalcando alcuni tratti tipici del cinema supereroistico degli anni ‘80-’90: Stanley Ipkiss, impiegato bancario bistrattato, deriso ed in alcuni casi umiliato sul posto di lavoro e dalla padrona di casa, scoprirà casualmente la stravolgente verità che si cela dietro un potente manufatto nordico. La maschera permette a Stanley, ogni qualvolta la indossa, di trasformarsi in un alter - ego attraente, affabile, caratterizzato dal volto verde e dai poteri sovrannaturali, che in alcune situazioni sembra voler strizzare l’occhio alla celebre figura del Joker fumettistico e cinematografico.

Tuttavia, dietro questo innocuo espediente narrativo si cela un affascinante interrogativo: la maschera è l’esatto opposto di Stanley? Probabilmente no, piuttosto ne accentua, fino quasi ad esasperare, alcuni lati del subconscio, ormai profondamente sommersi da un mare di abitudine, insicurezze e routine. Si tratta di un aspetto latente della personalità di Ipkiss, ma pur sempre parte integrante del protagonista, costretto inconsciamente a celare i suoi desideri e parte della propria natura da una società opprimente. La pellicola, seppur non si ponga l’obiettivo ultimo di analizzare a fondo la società che ci circonda, offre un piccolo specchio di quest’ultima. Stanley Ipkiss vive in un mondo circondato da persone, maschere, volendo citare la lingua latina; nonostante desideri profondamente poter condurre serenamente la propria esistenza, tentato dai toni accattivanti della maschera, non è neppure disposto ad assecondare l’esasperazione della propria natura, rischiando di divenire macchietta dei propri desideri.

La maschera pare essere un tema che da diverso tempo affascina l’uomo, difatti Stanley ricorda diverse figure tratte dal mondo della letteratura. Tra queste spicca quella di Vitangelo Moscarda, noto protagonista del pirandelliano “Uno, nessuno e centomila”, la cui vita sarà segnata da una affermazione apparentemente insignificante della moglie, ma che si dimostrerà rivelatoria. Vitangelo si accorge, dopo un innocuo commento sul proprio naso, di come la realtà sia percepita in centomila modi diversi, assecondando gli occhi di chi la osserva. Stanley pare anche essere combattuto dallo stesso dilemma che attanaglia il Dr. Jekyll, cercando di scindere definitivamente la sua natura buona, seppur sfortunata e desiderosa di cambiamento, da quella caratterizzata da eccessi ed imprevedibilità, liberandosi, in conclusione, della maschera.


Queste opere pongono, dunque, un ormai doveroso interrogativo: esiste un limite all’espressione della natura umana? Secondo l’analisi di Vitangelo, non possiamo stabilire con risolutiva certezza un responso a questo dilemma, difatti la realtà nasce da chi la osserva. Pertanto, specialmente osservando l’originale versione fumettistica di Stanley (alla quale la pellicola è ispirata), un uomo disturbato, emarginato dalla società e trasformato in assassino dalla maschera, risulta ancora più difficile tracciare il confine tra giusto e sbagliato e giustificare la necessità della maschera. L’arte propone, infatti, innumerevoli riferimenti a tale tesi, fra i quali uno dei più calzanti risulta essere la canzone “I Thought About Killing You” di Kanye West. Ispirandosi all’“Ombra” di matrice junghiana, nel brano l’artista di Atlanta riflette sul tema della libertà d’espressione cercando di sdoganarla ad ogni costo con un esempio inusuale: sostiene di aver pensato di uccidere un soggetto ignoto, di aver premeditato un omicidio. Il verso che traina la canzone recita: “Just say it out loud, just to see how it feels" e ci lascia ancora una volta, come la figura di Stanley Ipkiss, con un inquietante dubbio: la maschera è necessaria? Siamo nati per essere completamente liberi o serve un filtro per esprimere ciò che si pensa e si fa?


Antonino Palumbo




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