The Elephant man – quando l’essere “umani” non dipende dalla forma del corpo

«Io... non sono un elefante!! Io non sono un animale, sono un essere umano!!! Un uomo... un uomo!».


Non solo un film, ma il racconto di una storia vera. Una storia in cui è ben visibile quanto la vita sia una giostra instabile, su cui convivono persone dall’animo nobile e al servizio del prossimo e persone la cui stupidità condanna l’essere umano alla vergogna e al disprezzo per la propria specie.


The Elephant man – 1981 David Lynch

In tempi moderni ancora troppi sono il degrado di sé stessi e il fallimento dell’umanità, non perché siano diversi, non conformi allo stampo tipico umano… piuttosto l’anomalia ce l’hanno alla testa. La stupidità, la cattiveria, l’ignoranza, il cinismo e la beffa prendono piede cancellando quella parte che li differenzia dagli animali e anzi, arrivati ad un certo punto gli animali a confronto riderebbero di loro.

Joseph Carey Merrick (Leicester 1862 – Londra 1890) è il protagonista; nella società britannica dell’era vittoriana, il suo nome risuonò a causa della sua malattia, identificata solo nel 1879 da Michael Cohen. Nel 1883 Rudolf Wiedemann la denominò “Sindrome di Proteo”, causa di una crescita incontrollata di pelle, ossa e tessuti, compresi vasi sanguigni e linfatici, spesso accompagnata da tumori su buona parte della superficie corporea. Nel 1886 venne ipotizzato che potesse essere la stessa patologia di Merrick, ma solo nel 2003 la dottoressa Charis Eng, dopo aver prelevato e studiato il DNA proveniente da capelli e ossa di Merrick, lo appurò.


Merrick sopportò le angherie dei ragazzi, ma anche la meschinità degli adulti, a partire dalla matrigna che, indignata dal suo aspetto e gelosa della sua presenza in casa, lo cacciò costringendolo prima per strada a mendicare e pulire scarpe, fino al circo, dove venne sfruttato come fenomeno da baraccone. Qui comparirà il dottor Frederick Treves che lo preleverà da quel mondo ostile, prendendolo in cura, riscoprendo così l’indole umana e sé stesso.

Stiamo parlando della seconda scena del film, ma la prima inerente all’universo diegetico del racconto.


La prima sembra disconnessa dal resto della vicenda biografica: si tratta di una sovrapposizione di immagini sfocate e rallentate. Una donna scaraventata al suolo da un elefante e dallo stesso animale stuprata. Il rapporto tra umanità e bestia selvaggia è palpabile solo attraverso l’udito, dopo il suono del barrito, ne segue infatti il pianto di un neonato; probabilmente frutto dell’incontro tra le due realtà, umana e animale. Frutto di una contaminazione tra specie diverse, che Joseph sa di essere, e frutto del peccato originale, mostrato poco dopo. Nel corso del tempo la situazione si ribalterà: non sono gli animali ad essere bestie, ma l’umano stesso.


Il lungometraggio di David Lynch (124 min) vanta la presenza di due attori formidabili: Anthony Hopkins (Treves) e John Hurt (Merrick), ma non si tratta di una pellicola come le altre. I classici bianco e nero sono basati su una serie di contrasti in tinta metallica che conferiscono un tono melodrammatico. Lynch inserì qualche adattamento cinematografico per accentuare il dinamismo drammaturgico e impastare la storia per coinvolgere l’osservatore attraverso empatia e commozione, a completare il capolavoro si aggiunge la toccante colonna sonora di John Morris.


La netta divisione tra giorno e notte è altresì un contrasto, in cui attraverso il gioco di luci si descrive la situazione: di giorno accadono gli eventi in evoluzione e i miglioramenti, mentre il degrado precipita durante la notte. Anche la parola è un’aggiunta, è il canale grazie al quale Joseph dimostrerà di non essere un mostro o l’anomalia sfruttata e derisa, ma comincerà ad interagire dimostrando di avere bontà d’animo, un’intelligenza sottile e diritto alla sua umanità oltre che ad una vita serena.

Il tema che spicca è la discriminazione: una costante paura del diverso e Joseph questo peso lo sente e lo schiaccia. In diverse scene Lynch mostra senza filtri fino a dove può spingersi la crudeltà umana, come nella scena della stazione in cui accerchiato da grida e soprusi, Joseph in preda alla disperazione agirà sfogandosi dicendo che non è un animale, ma un uomo. Il senso della pellicola.


Ancora oggi ci troviamo di fronte a soprusi, cattiverie e violenze scaturite da caratteristiche fisiche o caratteriali che i miseri non riescono ad accettare. Per questo “The Elephant man” è un film tutt’ora puntuale in tema.


Sarà comunque il dottor Trevis che attraverso un percorso interiore aiuterà Joseph a comprendere che ogni uomo è molto più di ciò che appare e ognuno ha le proprie caratteristiche a renderlo unico e speciale.

“La mia vita è bella perché so di essere amato.”


Dice alla fine Joseph. Perché la malvagità non è la sola ad esistere, convive con lei anche l’amore per il prossimo, insito in altrettante persone. Joseph lo vede, sono poche le persone a dimostrare affetto nei suoi confronti, eppure lui si aggrappa alle piccole cose belle per risollevarsi dal peso che gli reca essere sé stesso e gode di quella felicità impagabile. Simbolo che nonostante la sua oscurità, la vita può essere attraversata con coraggio, se si hanno a fianco le persone giuste.


Articolo a cura di: Matilda Balboni



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