Sunshine: un film per innamorarsi della vita

Il pensiero più rassicurante che esista, a dispetto di qualsivoglia ansia o problema umano, è figurare se stessi come minuscoli granelli di sabbia vaganti nell’universo: sentirsi piccoli, avvertire l’esistenza di qualcosa di infinitamente più grande che dia la giusta misura a tutte le cose, si presenta come una necessità connaturata all’uomo.

Richiamare a sé questa percezione diventa, tuttavia, complesso quando l’oggetto di confronto è l’infinito in se stesso, ed è a questo punto che si palesa la fondamentale importanza del nostro Dio: il Sole.


La nostra stella madre è generatrice di vita, è calore, luce, è risorsa inesauribile, ci appare immensa, ma non abbastanza da avvertirla come irraggiungibile, è una presenza vicina, costante, la quale suggerisce che a prescindere da quanto la nostra testa ci sembri pesante, fin quando vedremo quella luce e sentiremo quel calore, tutto starà funzionando nel modo giusto.


E se il Sole si spegnesse? Se Dio morisse, cosa accadrebbe?


Se si spegnesse, la Terra, ormai al buio, si raffredderebbe rapidamente fino a congelarsi, la vita cesserebbe di esistere. Se il Sole morisse, invece, ossia se esplodesse, mutando (ciò avverrà tra circa 5 miliardi di anni), le temperature crescerebbero esponenzialmente sciogliendo i ghiacciai che, a loro volta, determinerebbero l’innalzamento delle masse oceaniche, le città verrebbero sommerse, per l’uomo, sottoposto a un calore estremo, la vita diventerebbe sempre più insostenibile fino alla morte.


In entrambi i casi l’umanità non avrebbe speranze.


Nel 2007, lontani dal 2020, anno che di presagi catastrofici ne ha presentati parecchi, Danny Boyle ci catapulta a un passo dallo spegnimento del Sole: un equipaggio di tre astronauti e cinque scienziati intraprende una spedizione nel secondo tentativo di riaccendere la stella.


Imbarcatisi su Icarus II, Capa, Cassie, Mace, Kaneda, Corazon, Searle, Harvey e Tray sono gli eroi del futuro, l’ultima speranza di salvezza per l’umanità, a bordo di una nave-ordigno. Sono otto professionisti che comprendono perfettamente l’importanza del proprio ruolo salvifico per il pianeta Terra, si mantengono saldi all’obbiettivo della missione e consapevoli dell’alta probabilità di non sopravvivere, ma essi sono anche otto esseri umani, fallibili, emotivi, con la speranza, nel profondo del cuore, di tornare a casa in un mondo rinato, ad abbracciare gli affetti, a cogliere i frutti dei propri sacrifici.


In 108 minuti Boyle permette allo spettatore di conoscere e affezionarsi a ognuno degli stessi personaggi che all’inizio appaiono anonimi e sconosciuti, come se il regista fosse stato capace di trasportare il pubblico all’interno di Icarus per respirare la tensione e percepire l’iniziale mancanza di coesione tra i componenti dell’equipaggio. In effetti nel corso del film l’osservatore entra sempre più a far parte della troupe, ne condivide le ansie, ne analizza i pensieri e, soprattutto, si fa permeare completamente dalle loro emozioni, che possiedono un’intensità destabilizzante. La complessa psicologia dei personaggi ne determina, inoltre, una caratterizzazione unica, ognuno è connotato da infinite sfumature il cui insieme consente una resa talmente realistica da cancellare la linea di demarcazione tra buoni e cattivi.


Il viaggio, più che interspaziale, è psicologico, sia per i protagonisti sia per lo spettatore e all’avvicinarsi della meta, all’intensificarsi di quella luce abbagliante, quella luce di estrema felicità e di puro terrore, tutte le emozioni si mescolano e, al di sopra di tutte, si eleva il tipo di sensazione che si proverebbe solo davanti a Dio, un senso di timore, sgomento e sconfinata gioia, di fronte all’immensità di una creatura viva che si mostra nella sua profonda bellezza e infinita potenza distruttiva.


La collaborazione di Alex Garland, sceneggiatore, e Danny Boyle, regista, si rivela vincente nella capacità dell’opera di trasmettere la sensazione di uno spazio costantemente in equilibrio tra forza mortifera – nonché fonte di terrore profondo e fonte inesauribile di fascino – e bellezza. In fondo gli otto scienziati sono professionisti innamorati del proprio campo di indagine; non è un mistero, dunque, se in alcuni di loro vi è una certa gioia nel correre incontro a quella morte.

È proprio da quella “gioia nella morte” del personaggio che origina l’amore per la vita dello spettatore il quale, posto di fronte a “qualcosa di più grande” sia in termini di emozioni, che di spazi, elementi, visioni, si scopre minuscolo e carpisce la vera dimensione delle cose.


Il primo istinto dopo aver visto il film è indagare il cielo in cerca di quella luce e io credo sia stupendo.


Articolo a cura di: Miriam Stillitano



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