Su Filindeu: i capelli di Dio in una minestra

Per raccontarvi di questo piatto, parto da un santo, un santuario e una festa paesana. Un’antica leggenda narra che un uomo sardo, diverso tempo fa, scappava dai carabinieri per aver commesso un omicidio di cui si era pentito e pregò San Francesco d’Assisi promettendogli che se non fosse stato trovato gli avrebbe dedicato un santuario.


Vi lascio immaginare come sia finita la storia, se oggi le bianche mura del santuario spiccano ai piedi del Monte Albo a circa 2 km dal paesino di Lula, in provincia di Nuoro. La stessa storia racconta che i carabinieri calpestarono coi loro cavalli il bandito e non si accorsero della sua presenza. Da allora, probabilmente dai primi anni del 1600, i nuoresi hanno festeggiato il Santo, che per loro è ormai San Francesco di Lula, ogni anno a cavallo tra il 30 aprile e il 10 maggio.


La festa iniziava con un pellegrinaggio la notte del 30 aprile: dopo mezzanotte in decine si muovevano a piedi alla volta del santuario, in un cammino lungo circa 25 km, guidati solo dalla luce della luna. Una volta arrivati a destinazione i pellegrini partecipavano alla novena e rimanevano per i successivi nove giorni al santuario, dormendo in piccole stanze dette in lingua sarda ‘cùmbissias’. Durante questi giorni si preparavano piatti tipici della tradizione pastorale, tra cui una minestra la cui pasta è detta ‘Su filindèu’.



‘Filindèu’ significa fili di Dio o capelli di Dio ed è una delle tradizioni più spettacolari di noi sardi. Delle sue origini non si sa molto, certo è che oggi la ricetta originale è conosciuta solamente da una famiglia nuorese, forse perché la tradizione vuole così, anche se è probabile che in antichità venisse consumato in diversi paesi barbaricini, poiché oggi ‘Filindèu’ è un cognome piuttosto diffuso in queste zone.


Si tratta di una pasta particolare che oggi viene prodotta a livello industriale e si può trovare nei supermercati, ma gli ingredienti sono molto frugali: semola di grano duro, acqua e sale. Il sale, anticamente, non veniva aggiunto nell’impasto come consuetudine, ma lo si scioglieva in acqua e le massaie che impastavano di tanto in tanto se ne bagnavano le dita, per poi continuare a premere e girare la pasta sopra la tavola di legno su cui lavoravano, per renderla più morbida.



Quando la pasta era abbastanza elastica, le donne formavano dei cilindri allungati e spessi che poi tenevano per le estremità con le mani a pugno, e tiravano allargando le braccia il più possibile. Le due estremità venivano riavvicinate e riunite, per prendere la nuova estremità formatasi e ricominciare ad allungare le braccia, formando tanti fili sottilissimi che venivano incrociati in un telaio a formare una sorta di maglia, la quale asciugava all’aria, senza essere coperta. Questa rete, una volta asciutta diventata dura e veniva tagliata a pezzi con le mani, messa a cuocere nel brodo di pecora e condita con pecorino fresco. Il formaggio filante, mischiato al brodo, rende il sapore di questo piatto unico e molto rustico mentre la pasta si scioglie letteralmente in bocca. La minestra ancora oggi viene offerta ai pellegrini e viene regalata ai familiari degli infermi o degli anziani che non possono presenziarvi, poiché l’assaggio è di buon auspicio. Il fatto che questa pasta sia particolarmente rara e poco conosciuta se non nelle zone della Barbagia, la rende il simbolo delle numerose tradizioni antiche che lentamente stanno scomparendo dalla nostra realtà e quotidianità, ma il fatto che qualcuno ne conserva le ricette fa ben sperare che anche per esse esisterà un futuro.


Articolo a cura di: Mariangela Pirari



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