Streaming e musica nell’era del covid 19: live at home

Il concerto visto da un monitor è il prologo di un contagio artistico senza precedenti: quale futuro per la musica dal vivo?



La pandemia, da quasi un anno a questa parte, si è diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo colpendo tutti, anche indirettamente, condizionando le vite quotidiane e le nostre passioni, tra cui l’amore spassionato per l’arte. Uno dei settori maggiormente colpiti dal Covid-19 è quello musicale, il quale non interessa solo i musicisti ma si estende a tutti coloro che permettono il buon esito di un concerto o veicola le vendite di un album di nuova produzione, ovvero i “fan”, “supporters” o più semplicemente, gli amatori dell’arte più praticata, e studiata, da sempre.


Sembra essere passato un secolo da quando milioni di persone attendevano, ogni anno, la pubblicazione delle date del proprio artista preferito, per poi aspettare il giorno fatidico in cui i biglietti venivano emessi e sperare che non terminassero in poco tempo. Da quel maledetto giorno in cui l’OMS annunciò con un comunicato stampa che il mondo stava per affrontare una delle pandemie globali più importanti dal post-guerra in poi, la musica stava per affrontare il periodo più duro della sua storia e stavolta per motivi diversi da quelli a cui noi tutti eravamo abituati (da case di produzione inadeguate a ignoranza artistica dilagante).


L’arte uditiva per eccellenza, che accompagna l’essere umano sin dal primo giorno che mise piede in questo mondo, non poteva manifestarsi nella sua forma più carnale e passionale, cioè quella che, in termini anglofoni, è definita “live”. Nel nostro paese l’annullamento di festival di punta, come il Firenze Rocks e l’I-day, oltre che ad aver causato perdite economiche non di poco conto (si pensi all’afflusso di giovani turisti che ogni anno si registra a Firenze per assistere al primo raduno “rock” succitato), ha anche cambiato la stessa percezione musicale trasformandone il sentimento alla base, ora di gioia e convivialità, ora di delusione data dal rendimento negativo del cantante che si aspettava di vedere da una vita.


La stessa irrazionalità che accompagnava il momento del “concerto” non faticava molto a demolire le barriere etniche, razziali e sociali che degradano tuttora la nostra quotidianità. La fase di annullamento della razionalità umana, positivamente parlando, concessa dall’artista e dall’atmosfera circostante, si riduce oggi ad una infausta esperienza individualistica, asettica ed emotivamente sterile: non molto differente da quella che viviamo quando fissiamo uno schermo di un televisore o di un computer piuttosto che lo sguardo di una persona o un tramonto di fine estate.


L’idea di sostituire il concerto dal vivo con lo streaming, sebbene sembri l’unica soluzione proponibile al momento, rischia di infondere un’idea trasversale dell’arte musicale spacciandola a mezzo d’intrattenimento, contaminato da un errato utilizzo della tecnologia di “ultima generazione”. L’effetto a cui si va incontro è l’allontanamento dello spettatore, o “ascoltatore” che dir si voglia, dalla figura del musicista, da superuomo nietzschiano, capace di combinare la sua parte razional-apollinea con il suo lato emotivamente dionisiaco, a figura social-televisiva ricca di fama e successo, inarrivabile con i tradizionali “metodi” del miglioramento personale quali lo studio e la libertà di scelta. A questa involuzione intellettuale si accosta l’inevitabile rafforzamento del distanziamento sociale in senso stretto, nella misura in cui viene meno l’idea, nonché la voglia, di mettersi in fila ore prima per entrare dentro quell’arena in cui cade qualsiasi convinzione, e convenzione, sociale.


Oggi il Coronavirus è ancora in circolazione e sembra essere ancora lontano il giorno in cui ritorneremo negli stadi e nei pub sotto casa per assistere ad un concerto di musica leggera o nei teatri più antichi per farci trasportare dalla potenza della musica classica. È, tuttavia, ineccepibile che la musica sia ancora capace di resistere e di non infettarsi mai. Semmai si può affermare che l’arte, ora e per sempre, con la sua carica virale incontrollabile, è ancora in grado di abbattere qualsiasi limite mentale e/o barriera sociale apparentemente invalicabile, ma il rischio di contagiarla con il siero pericoloso dell’uso errato dello streaming è ora concreto e tocca a noi evitare che questo accada, con la prevenzione sanitaria in primo luogo e l’amore verso l’arte come forma di rispetto per la nostra esistenza.


Articolo a cura di: Giuseppe Mafrica



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