Sovraffollamento delle carceri: flagello italiano

Il problema del sovraffollamento delle carceri è un flagello che affligge il nostro Paese da parecchi anni. In piena pandemia, nel 2020, si era provveduto a massicce scarcerazioni soprattutto per detenuti con condizioni di salute precarie, ma ciononostante ad oggi recluse sono 53.661 persone per una capienza di 47.445.



Mauro Palma, Garante Nazionale dei detenuti, nel presentare al Parlamento ed alla Ministra Cartabia la Relazione annuale sulle carceri, ha fatto capire come il sovraffollamento sia un problema attuale che va risolto anche in costanza della presenza del nostro Stato all’interno della Cedu. Sembra spropositato il numero dei detenuti nelle carceri italiane: basti pensare che prima del covid i detenuti erano quasi 60 mila.


La Ministra Cartabia pare avere molto a cuore la questione del sovraffollamento consapevole del fatto che senza uno spazio vitale idoneo non ci può essere nessuna “rieducazione” del condannato. Infatti molteplici dovrebbero essere gli interventi previsti nel Recovery Plan soprattutto a favore dell’edilizia carceraria; la stessa ministra inoltre si è dimostrata volenterosa di aumentare il numero delle misure alternative alla pena detentiva in modo tale da rendere effettivamente il carcere una ultima ratio.


Il sovraffollamento delle carceri è un problema tornato in auge soprattutto per la gestione della pandemia. Infatti il Rapporto Antigone ha fatto emergere come il tasso di positività sia più alto nelle carceri piuttosto che fuori e ciò per lo stretto contatto tra i detenuti. Più nello specifico, su 10.000 reclusi, il numero di positivi era di 91 persone, mentre nel resto della popolazione 68.


Ma al di là della pandemia, il sovraffollamento è un vero flagello poiché causa troppi suicidi. Difatti nel 2020 sono stati 61 i suicidi in cella. Un numero enorme che dimostra il fallimento del nostro sistema rieducativo carcerario. Il detenuto si sente uno scarto della società; non vive ma sopravvive in condizioni disumane. In Italia i nostri detenuti sono costretti a condividere una cella di 10 o 15 mq in 4 o 5 persone. Molto spesso tutti ci dimentichiamo che i detenuti sono prima di tutto delle persone che godono dei nostri stessi diritti umani incomprimibili.



Ma al di là della pandemia, il sovraffollamento è un vero flagello poiché causa troppi suicidi. Difatti nel 2020 sono stati 61 i suicidi in cella. Un numero enorme che dimostra il fallimento del nostro sistema rieducativo carcerario. Il detenuto si sente uno scarto della società; non vive ma sopravvive in condizioni disumane. In Italia i nostri detenuti sono costretti a condividere una cella di 10 o 15 mq in 4 o 5 persone. Molto spesso tutti ci dimentichiamo che i detenuti sono prima di tutto delle persone che godono dei nostri stessi diritti umani incomprimibili.


L’Italia fa parte della Cedu e per questo è tenuta a rispettare tale Convenzione che è vista come fonte interposta, il che significa che una violazione di una norma Cedu coincide con una violazione della Costituzione(così come sancito dalle sentenze gemelle 348 e 349 del 2007 della Corte Costituzionale).Tantissime volte la Cedu ha condannato l’Italia al risarcimento danni per trattamento disumano nei confronti di un detenuto così come accaduto nel Causa Sulejmanovic contro Italia. In questo caso, il ricorrente lamentava di aver dovuto condividere una cella di 16 mq con altre 5 persone durante il suo periodo di detenzione nel carcere di Rebibbia. Ogni detenuto a Rebibbia ha uno spazio vitale di circa 3mq mentre secondo la Cedu dovrebbero essere concessi almeno 7mq come “spazio vitale auspicabile in una cella. La Corte ha riconosciuto all'istante la somma di 1.000,00 € a titolo di risarcimento per i danni morali patiti.


In conclusione mi preme tornare su un concetto importantissimo: i detenuti non sono numeri, non sono feccia dell’umanità, ma sono esseri umani che (forse) hanno commesso errori ma che nonostante ciò hanno diritto ad una vita dignitosa e alla rieducazione come pretende la nostra Costituzione all’art.27.


Articolo a cura di: Andrea Battaglia



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