Some boys don’t leave

Tutti, prima o dopo, nel corso della vita, si ritrovano ad affrontare la fine di un rapporto e, si sa, generalmente è un processo doloroso, c’è chi butta via tutto e ricomincia da capo, chi parte per un viaggio, chi taglia i capelli e si iscrive in palestra, chi conserva le foto e rilegge i messaggi, tutti collaudano un personale metodo per metabolizzare la perdita e abbandonare, nel tempo, il passato, ma lui decide semplicemente di restare.


Stiamo parlando di Jesse Eisenberg nel cortometraggio diretto da Maggie KileySome boys don’t leave”, esempio di come la fine di un rapporto possa diventare un ottimo espediente per mettere in scena le contraddizioni e l’ironia dei comportamenti umani nell’evoluzione ed eventuale fine di una relazione.


Ci troviamo nel 2009 nel corridoio di un qualunque appartamento di una qualunque metropoli statunitense, corridoio che sarà quasi l’unico scenario delle vicende che vedremo svolgersi, il cortometraggio è, infatti, piuttosto “minimalista” sia nell’ambientazione scelta, sia nello scambio di battute tra i personaggi: al pubblico il compito di analizzare le dinamiche tra due protagonisti che, in ogni caso, appaiono ben presto chiarissime.



Sono una coppia, o meglio lo erano, si amavano, avevano addirittura deciso di vivere insieme – nello stesso appartamento in cui lo spettatore assisterà alla fine della relazione – fino all’arrivo dei primi litigi, che diventarono sempre più frequenti portando, un giorno, alla definitiva separazione. Di separazione, tuttavia, non si può effettivamente parlare, dal momento che “the boy doesn’t leave”. Esatto, Jesse, o meglio il suo personaggio, non ha la minima intenzione di lasciare l’appartamento, non per un particolarmente legame con l’arredo, ma perché non ha intenzione di rinunciare al rapporto e alla ragazza, pertanto, decide di stabilirsi nel corridoio dell’appartamento, proprio sopra il parquet che diventerà il suo letto, la sua sedia, il suo tavolo, ed è proprio da questo ultimo metro quadrato di spazio che gli è concesso di occupare, che ci sarà permesso di essere testimoni dei tentativi disperati da parte del ragazzo di intrattenere una conversazione con quella che un tempo era la sua metà.



Mentre la luna di miele e l’inizio dei conflitti viene sintetizzato attraverso ricordi del protagonista sparsi nel corso della pellicola, gli eventi narrati cronologicamente si dipartono da un giorno qualunque dopo la fine del rapporto, da qui in avanti viene dato esempio della quotidianità all’interno del nuovo equilibrio instauratosi fra i due, mettendo in evidenza gli aspetti tragicomici dell’avere un ex fidanzato che vive nel corridoio di casa propria come un San Bernardo o del vivere sul pavimento della propria ex fidanzata che finge che tu non esita.


Se si analizza per un attimo la situazione su un piano reale, essa appare quasi inquietante, eppure il carattere paradossale del cortometraggio, unito all’ironia e alla semplicità con cui vengono costruite le scene, lo rendono tenero, piacevole e delicato nella trattazione di un tema complesso.


Articolo a cura di: Miriam Stillitano



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