Social World Film Festival, intervista esclusiva a Ciro Priello

Ciro Priello è stato ospite alla X edizione del Social World Film Festival, la Mostra Internazionale del Cinema Sociale per la direzione generale del regista pluripremiato Giuseppe Alessio Nuzzo. La kermesse, tenutasi dal 6 all’11 ottobre presso il Castello Giusso di Vico Equense, in provincia di Napoli, si è svolta in una rigida osservazione nelle dorme vigenti e dei protocolli sanitari indicati dal ministero della Salute. Ciro ha deciso di raccontare alle pagine de “Il Confronto quotidiano” la nascita del gruppo comico “The Jackal” e il passaggio dal piccolo schermo del web a quello maxi delle sale cinematografiche.



Ciro, ci sveli i vari segreti e lavori dei dietro le quinte sia dei primi video dei “The Jackal”sia degli ultimi?

“Per quanto riguarda i primi video caricati su YouTube c’è un backstage di totale divertimento appartenente a chi è incosciente perché non sa quello che fa: è puro gioco. Negli ultimi video, invece, il backstage è più strutturato, parliamo di produzioni composte da 30-40 persone, addetti ai lavori che fanno il loro mestiere in modo egregio. Non a caso la qualità nei video è cresciuta proporzionalmente. All’inizio eravamo dei semplici ragazzini che con una telecamera che giravano propri video, poi con il passare del tempo ci siamo strutturati in modo tale da dare

più qualità ai nostri prodotti. Quindi da essere solo un gioco è passato, ad oggi, ad un gioco con dei professionisti che ci assecondano. Quelli che vedete voi sono cinque ragazzi che fanno video, però molti non sanno che ci sono molti dipendenti tra sceneggiatori, registi, montatori, produttori musicali. Crediamo che sia necessario aver studiato per poter realizzare qualcosa, un prodotto di qualità.”.


Lavorare nel settore comico è più difficile di quanto si pensi, perché far ridere le persone non è scontato come sembra. Qual è la chiave del successo dei “The Jackal”?

“L’elemento chiave è la drammaticità. Il genere comico è quello che fa ridere le persone. Ciò che fa ridere veramente le persone, in realtà, proviene sempre da un disagio e quindi da una drammaticità reale in ognuno di noi. Una situazione estremizzata fa ridere le persone perché loro in essa si riconoscono, le accomuna”.


Nel tuo primo film “Addio fottuti musi verdi”, con ilarità hai affrontato un tema grave come la disoccupazione giovanile. Il protagonista si è inserito in una società aliena basata su competenze e meritocrazia. Quanto queste qualità citate, secondo te, vengono riconosciute nei vari settori lavorativi sul mercato italiano?

“Nel film è evidenziata una chiara denuncia e noi abbiamo raccontato il mercato del lavoro com’è realmente: difficile per quanto concerne le dinamiche d’inserimento. Lo abbiamo fatto per tutte quelle persone che avevano le capacità necessarie per poter affrontare un certo tipo di lavoro e venivano sempre rifiutate perché i datori di lavoro non ne comprendevano le capacità. Abbiamo denunciato un mercato fatto di persone che non dovrebbero ricoprire quel ruolo, composto da raccomandati, da professionisti che hanno svilito un certo tipo di professione. Nel caso del film era il campo il grafico pubblicitario. Abbiamo passato anni e anni a vedere datori di lavoro che proponevano lavori ai grafici semplicemente pagandoli in visibilità con la classica frase: “tu con il computer ci metti cinque minuti, qual è il problema?”, senza poi sapere che in realtà dietro ad un lavoro grafico ci sono lunghe ore di lavoro. Non è una cosa semplice. Noi membri dei “The Jackal” abbiamo creato un modello lavorativo molto basato sulla meritocrazia, in quanto ognuno deve essere capace di fare quello che fa. I “The Jackal” sono gli alieni del film, sono un gruppo di professionisti che lavorano all’interno di questo settore”.


Di fatto, il lavoro in smart working è molto sottovalutato sotto certi aspetti.

“Sì, perché persiste ancora quella presunzione, si guarda ancora al lavoratore come “schiavo del mestiere”, cioè una persona che deve seguire quegli orari, portare a termine la lavorazione di una certa tipologia di prodotto e deve avere a che fare con un quantità di persone e difficoltà. Non pensano che lo smart working restituisce molta più responsabilità perché lavorando in autonomia si sente più in dovere di dover portare a termine un certo tipo di lavoro. Sono punti di vista, ci sono lavori che non si possono eseguire in questa modalità. Noi l’abbiamo fatto durante il lockdown nazionale, abbiamo capito di poterlo fare quando ci è mancato tantissimo stare fisicamente sul set e abbiamo avuto molta difficoltà nel produrre dei lavori che potessero raccontare un prodotto di un certo tipo. Ci siamo inventati durante il periodo di quarantena una specie di varietà costellato d’interviste con varie personalità del mondo dello spettacolo: è una parte dello smart working che possiamo tenere in considerazione, ma esiste, non va sottovalutata”.


Com’è stato passare dal piccolo schermo di YouTube al grande schermo del cinema? Chi proviene dalla realtà del web è vittima di pregiudizi?

“Sì, noi abbiamo sentito il pregiudizio. Quando vieni dal web ti trascini il fardello di aver esordito in quel mondo. Arrivi in un mercato in cui le persone, gli addetti ai lavori non sono abituati a vederti. C’è chi ti guarda con occhi strani. Il linguaggio tra queste due realtà è diverso, perché il social ha un approccio sull’attenzione totalmente diverso rispetto al cinema. Le durate sono diverse. Sarebbe stato impossibile portare al cinema cose che ci hanno chiesto in tanti come la serie di video web “Gli effetti di Gomorra sulla gente”. Non avrebbe rispettato il linguaggio canonico cinematografico. Abbiamo preferito lanciarci con una commedia che rispettasse il linguaggio. Abbiamo sempre desiderato raccontare una storia in un film di genere che fino ad allora non c’è mai stato. Prima il cinema italiano era cinepanettone o drammatico, nessuno si era inserito nel mezzo, nel film di genere. Basti pensare ai primi film di Bud Spencer e di Terrence Hill. Un mercato in cui andavamo forte, si è perso. Ora sento che stiamo riacquistando quel mercato e sono contento”.


Emanuela Francini



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