Sinfonie Cerebrali: come il nostro cervello reagisce alla musica

“Dove le parole non arrivano... la musica parla”.


Così Ludwig van Beethoven diceva una grande verità sulla musica poiché in alcuni casi, anche se si scelgono le parole più adatte ad esprimere un concetto, un sentimento o un’esperienza, certe cose difficilmente colpiscono nel segno se non attraverso la musica.



La musica è sempre stata un tramite molto efficace utilizzata nell’ambito della comunicazione emotiva: talvolta essa viene consapevolmente composta con il fine ultimo di far arrivare agli ascoltatori una determinata emozione, come nel caso delle canzoni d’amore composte da e per gli innamorati o anche nel caso di una messa di requiem per una funzione funebre – come “Lacrimosa” dell’autore austriaco Mozart – oppure può succedere che il compositore si disinteressi del fatto che gli ascoltatori possano percepire emozioni differenti, arrivando addirittura ad affermare che chi compone ha un ruolo ininfluente nello stabilire cosa una determinata composizione possa trasmettere o meno, come nel caso dei serialisti, i quali componevano a tavolino. Le emozioni che proviamo ascoltando un brano musicale dipendono da due fattori principali: le nostre esperienze passate che vengono associate al pezzo in ascolto e le caratteristiche strutturali del brano. Dunque le emozioni che l'ascoltatore prova non derivano solo dalla sua mente, ma dipendono anche dalla “sintassi” della canzone.


Esiste una branca relativamente giovane delle neuroscienze cognitive, la neuroestetica, che studia e indaga quali siano i circuiti neurali attivati durante l'ascolto di un brano. Secondo le ricerche condotte in questo ambito, a seconda delle emozioni evocate da una canzone si attivano diverse aree del cervello.


Pensa alla tua canzone preferita. Probabilmente quando l’ascolti provi emozioni positive: a livello cerebrale aumenta il neurotrasmettitore dopamina nel cosiddetto circuito della ricompensa, lo stesso sistema che si attiva quando riceviamo un premio e che è coinvolto nei comportamenti di dipendenza dalle droghe (per saperne di più: clicca qui). D’altra parte, durante l'ascolto di un brano nostalgico si attiva l'insula (dolore psicologico), la corteccia cingolata (significato emotivo degli eventi), la corteccia prefrontale ventromediale (elaborazione delle emozioni), l’ippocampo (memoria) e i circuiti che elaborano le informazioni visive. Riflettendo sulle funzioni dei circuiti neurali appena menzionati, in particolare l'ippocampo e le aree visive, è subito chiaro che tendiamo ad associare la musica alle nostre esperienze passate.


Come anticipato nell’introduzione, le emozioni suscitate da un brano musicale dipendono anche dalle sue caratteristiche. In particolare, sono state riscontrate delle differenze tra brani tonali e atonali. Dal punto di vista percettivo esistono due sostanziali differenze che distinguono la musica tonale da quella atonale: la prima è caratterizzata dalla presenza di una struttura armonica chiara e predittiva, la seconda invece evidenzia la presenza di dissonanze acustiche e imprevedibili, talvolta impiegate nel repertorio classico per stimolare l’ascoltatore attraverso intervalli di seconda, settima o quinta diminuita. Qualunque sia l’intento del compositore, ogni composizione ha un effetto differente sul nostro cervello e determina delle precise reazioni e risultati; infatti, in uno studio condotto da Proverbio et al., è stato scoperto che la musica atonale tende a far aumentare il livello di eccitazione e vigilanza, provocando nell’ascoltatore uno stato di fear bradycardia: si tratta di una sorta di risposta difensiva a stimoli acustici percepiti come minacciosi. Questo stato generale di allerta era associato a sensazioni psicologiche di ansia e tensione. Al contrario, l'ascolto di musica tonale sembra più associato a emozioni positive o malinconiche.


Complessivamente, i brani tonali sono accolti dall’orecchio del pubblico come più congruenti e prevedibili rispetto ai pezzi atonali, i quali invece violano le regole di consonanza e non rispettano le aspettative generali sulla struttura e l’armonia del brano che si sta ascoltando; per questo è più difficile tentare di identificare la struttura musicale dei brani atonali, soprattutto se ad ascoltare non è un orecchio esperto, ostacolo che può ridurre l’apprezzamento della musica. In realtà la capacità di discriminare tra intervalli armonici consonanti e dissonanti è innata nella specie umana e avviene indipendentemente dall’esposizione alla musica tonale occidentale; nonostante ciò, l’atonalità e la sua dissonanza armonica sono spesso associate ad atmosfere cariche di angoscia. A causa di questa caratteristica, la musica atonale venne considerata come musica degenerata sotto il regime nazista e messa al bando, operazione che fece slittare il termine atonale, il quale divenne un termine peggiorativo per condannare una musica in cui gli accordi non sembrano organizzati con coerenza.



Anche la musica tonale non manca di brani che evocano le emozioni più disparate e le colonne sonore dei videogiochi o dei film svolgono in questo campo un ruolo di primo piano: se si pensa all’ansia, è impossibile non pensare alla colonna sonora principale del film Profondo Rosso o a quella di The Shining, creati appositamente con l’intento di suscitare il terrore e l’ansia nell’ascoltatore; in altri casi invece, come quello di “Where Is My Mind?” dei Pixies, il brano viene scritto e composto con l’intento di narrare qualcosa mentre viene percepito, in questo specifico caso, come un brano legato all’insonnia e all’ansia.


Le composizioni musicali sono anche in grado di influire sullo stato d’animo in modi divergenti, come nel caso di “Hey Ya!” degli Outkast, brano dal ritmo allegro con influenze funky e pop ma il cui testo parla delle difficoltà di una coppia nel mantenere insieme il rapporto.


Articolo a cura di: Isabella Rancan e Claudia Crescenzi



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