«Sibilla che vuoi?» «Voglio Morire»

Se ci si è mai avventurati nella lettura di The Waste Land (1922) del poeta americano Thomas Stearns Eliot, la prima cosa in cui ci si imbatte e su cui si concentra l’attenzione è l’epigrafe che precede il componimento:



«Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: Σιβυλλα τι θελεις; respondebat illa: αποθανειν θελω»


Con tanto di dedica al suo maestro:


«For Ezra Pound il miglior fabbro».

L’epigrafe è un riadattamento di un frammento del Satyricon di Petronio, composto attorno al I secolo d. C., probabilmente attorno al 60 d. C., ed il significato è:

«Del resto la Sibilla a Cuma, l'ho vista anch'io con questi miei occhi dondolarsi rinchiusa dentro un'ampolla, e quando i fanciulli le chiedevano "Sibilla che vuoi?", quella rispondeva "Voglio morire"».


Perché scegliere questo particolare frammento come epigrafe? Innanzitutto, bisogna dire che durante la composizione di questo poemetto, Eliot si trovava in uno stato di depressione psichica e fisica: la prima bozza fu infatti stesa mentre era in cura da uno specialista di malattie nervose, il dottor Roger Vittoz, nel sanatorio di Losanna, nel quale fu internato per orientativamente quasi un mese e mezzo, durante il quale ha trasferito i suoi sentimenti nel personaggio della Sibilla.

In più, forse è proprio l’opera di Petronio a suggerire la risposta: Nella scena del banchetto, Trimalchione narra la storia della Sibilla Cumana, la più famosa fra le profetiche donne anziane della mitologia greca, alla quale fu concessa l’immortalità da Apollo, ma, avendo dimenticato di chiedergli anche l’eterna giovinezza, perì nel fisico. Infatti, per l’estrema decrepitezza la sua autorità è decaduta e nel racconto è ridotta dentro un’ampolla, sospesa, stanca, perennemente sottoposta allo scherno dei ragazzi del paese a causa delle proporzioni fisiche esili. In questo caso, quindi, la vecchiaia non ha nulla del concetto associatogli da sempre di "saggezza", espressa per esempio da René de Chateaubriand circa un secolo prima.


Tuttavia, Petronio non è l’unico interprete di questa storia grottesca. La storia della Sibilla Cumana è precedentemente raccontata nel VI libro dell’Eneide virgiliana, nella quale il poeta latino aveva anzitempo cantato la Sibilla come grande poetessa di Apollo, nonché guida di Enea nella discesa agli Inferi conclusa dalla rivelazione, da parte dell’ombra di Anchise, delle future grandezze di Roma.

Ma perché Eliot ha scelto la versione petroniana e non quella virgiliana? Nella prima l’atmosfera mitica, magica e di preveggenza è ridotta ad una circostanza sfacciata e volgare, la domanda sul futuro che in Virgilio è cruciale, è modificata in un interrogativo minimo che riguarda la Sibilla stessa, miseramente torturata e desiderosa di morte.


L’epigrafe riassume e preannuncia l’ideologia del poemetto: il tema è quello della degradazione e introduce la figura del veggente che non “vede” più nulla, se non la desolazione del decadimento della realtà presente. La sua presenza diviene simbolo dell’aridità religiosa e del crollo dei valori che caratterizzano l’Europa post-bellica, inadatta a raccogliere lo spirito europeo, spaesato anche a causa della riduzione di pratiche religiose un tempo sacre, ma ormai identificate come rituali vuoti e insensati.


Articolo a cura di: Claudia Crescenzi



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