Scozia vs Catalogna: due referendum a confronto

Il 23 settembre il Tribunal Supremo spagnolo ha riconfermato che l’indulto concesso dal governo ai leader catalani incarcerati dopo il referendum separatista non è stato né arbitrario né ingiusto. Nonostante siano passati ben quattro anni, colpisce quanto questo evento abbia lasciato un segno profondo nella società spagnola, nonostante il poco valore legale. È interessante pensare che qualche anno prima in Scozia si teneva un referendum dello stesso tipo, ma con un risvolto totalmente diverso. Perché quello scozzese era legale e quello catalano no? E come mai hanno avuto effetti così diversi?



La risposta alla prima domanda è storica e giuridica. Il governo inglese ha riconosciuto agli scozzesi il diritto all’autodeterminazione perché la Scozia è da esso considerata una nazione, titolo che il governo spagnolo ha sempre negato alla Catalogna perché non è mai stata uno Stato sovrano e indipendente. La Scozia, invece, è entrata nel Regno Unito solo nel 1707 grazie a un trattato internazionale, l’Act of Unity, che tra l’altro riconosce al suo interno la possibilità di separarsi un dall’UK. Il fatto poi che la costituzione inglese non sia scritta, permette già di indire un referendum separatista con la semplice approvazione di Westminster. In Spagna, invece, la costituzione è scritta e rigida e all’articolo 2 sancisce l’indissolubile unità della Nazione spagnola, rendendo una consultazione di questo tipo incostituzionale.


Per la seconda domanda dobbiamo guardare ai modi in cui i partiti indipendentisti, unionisti e il governo si sono approcciati alla questione nei due contesti. Nell’UK il governo inglese stesso ha approvato il referendum e i nazionalisti hanno sempre mostrato rispetto per le istituzioni inglesi. La campagna a favore dell’unione, poi, non era fatta solo da argomenti legali, ma anche economici e sociali. In Spagna, invece, la Moncloa ha rifiutato con forza di tenere una consultazione di questo tipo e la campagna contro il separatismo si appigliava solo a ragioni giuridiche: al posto di approcciarsi al problema dal punto di vista politico, lo si è trattato come una questione prettamente legale, disconoscendo la causa separatista. Questo ha portato gli indipendentisti catalani a violare la legge più volte e a mostrare spesso mancanza di rispetto istituzionale.



In Catalogna, dunque, ci si è arenati su piano formale delle cose, senza considerare il lato sociale. Tra violenza perpetrate dalla polizia e cori di “Independècia!” questo referendum ha messo in mostra la ferita di un popolo rimasto inascoltato, una frattura con il resto del Paese a lungo presa sottogamba dalla Moncloa. Nonostante la maggior parte dei catalani non sia a favore dell’indipendenza, colpisce che molti vedano di buon occhio un referendum secessionista, che potrebbe essere celebrato legalmente in Catalogna se indetto dal Governo centrale e accompagnato da una riforma costituzionale, la cui proposta secondo la legge può partire direttamente dal governo catalano. Benché questo scenario appaia lontano, l’indulto concesso ai leader catalani favorisce l’instaurazione del dialogo e alimenta la speranza che questa ferita riaperta l’1 di ottobre del 2017 possa finalmente essere sanata.


Articolo a cura di: Laura Tondolo



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