Schiele ed il suo fascino scandaloso

Molto spesso, quando ci approcciamo allo studio di un artista, di un poeta, di uno scienziato, ci focalizziamo più su ciò che egli ha fatto in vita rispetto alla vita stessa. Il nostro occhio cade quasi accidentalmente sul paragrafo dedicato alla biografia, la cui lettura spesso finisce per essere data in modo superficiale e disinteressato. Come se la dignità del personaggio preso in esame provenisse esclusivamente da ciò che ha prodotto, che ha scritto o che ha inventato e non dal suo semplice stare al mondo. Come se a volte dimenticassimo che dietro ad una creazione c’è il suo creatore, un uomo, una donna, con una storia che esige di essere raccontata. Non per una mera curiosità fine a se stessa, non per dimostrare al nostro insegnante che abbiamo studiato, bensì per farci portavoce dell’idea per cui noi, che ci piaccia o no, siamo i prodotti di una reazione chimica che vede le esperienze che viviamo quotidianamente i suoi reagenti. Ci sono infatti, esempi in tutti gli ambiti, che ci dimostrano come non si possa pretendere di separare la propria vita al motivo per cui, ora, si trovano in quell’articolo, in quel libro, in quel luogo. In campo artistico Schiele è uno di loro.



Egon Leon Adolf Schiele nasce il 12 giugno 1890 in una stazione ferroviaria a Tulln, in Austria. Nel 1905 muore il padre e qualcosa dentro di lui si spezza. Perde un grande punto di riferimento e viene affidato allo zio che, riconoscendone il talento, lo iscrive all’Accademia delle Belle Arti di Vienna che successivamente lascerà per mancata condivisione di metodi e principi. Nel 1907, viene a contatto con Klimt in cui vede un maestro, una guida. E come tutti i veri maestri, l’artista più significativo della Secessione viennese, accompagna Schiele verso quello che sarà il suo futuro presentandolo ad importanti mecenati e aiutandolo a trovare la sua identità artistica.

Nel 1909 fonda il Neukunstgruppe, o New Art Group, con quindici amici come Oskar Kokoschka e le sue opere prendono vita in tante mostre tra cui quella alla Galerie Prisko a cui partecipa anche l’arciduca Francesco Ferdinando.


“L'artista del Neukunstgruppe è e deve necessariamente essere se stesso, deve essere un creatore, deve saper creare i propri fondamenti artistici, senza utilizzare tutto il patrimonio del passato e della tradizione”.


Gli incontri con Van Gogh e Munch conducono lo spirito inquieto di Schiele ad abbracciare la corrente dell’Espressionismo tedesco e alle conseguenze che una scelta di questo tipo provoca: mostrarsi per quello che si è.

Il pittore e incisore austriaco l’ha fatto in una vastissima produzione di opere: trecentoquaranta dipinti, duemila ottocento tra disegni ed acquerelli, molti dei quali lo vedono raffigurato tramite linee spezzate le quali, volendo rendere visibile il disagio che prova in una società non favorevole a riservargli un posto, si conficcano nella carne dell'osservatore. È un’operazione delicata la sua, coraggiosa, scomoda ma inevitabile per dimostrare che sotto a ciò che appare, si cela una realtà ancora inesplorata: il nostro io. Freud con la psicoanalisi ne aveva data scientificità, ora toccava affidarle un volto. Ma per fare ciò occorreva derubare l’essere umano da qualsiasi strumento che avrebbe potuto nascondere la sua espressione e lo obbliga a mostrarsi nella sua nudità che imbarazza, disturba, spaventa.


Anche nella nostra vita decidiamo di lasciarci guardare nella nostra intimità, sia fisica che mentale, solo da chi riteniamo possa privare le nostre insicurezze del peso che abbiamo affidato loro ed abbracciare i lati che fatichiamo ad accettare. Incontriamo chi guarda le cicatrici con occhio giudicante, chi le accarezza con mani calde ma non c’è cosa più bella che colmare le nostre lacune con quelle altrui.


«I corpi possiedono una luce propria che consumano per vivere: essi bruciano, non sono illuminati dall'esterno».



Schiele, oltre al suo, decide di raffigurare il corpo femminile come quello della modella Wally Neuzil, con la quale decide di trasferirsi nel paese di Krumau. Gli abitanti non ne condividono lo stile di vita e ripudiano la sua arte.

Ad aprile del 1911 viene arrestato per seduzione e rapimento di una quattordicenne oltre che per aver esposto materiale considerato erotico-pornografico a dei minori. Bruciano più di cento dei suoi lavori poiché considerati inappropriati e per quasi un mese rimane in carcere in attesa della sentenza che, successivamente, lo libererà.

«Ventiquattro giorni o cinquecentosettantasei ore! Un’eternità! L’indagine si è sgonfiata miseramente, ma io ho sofferto come un cane, in modo indicibile. Sono stato terribilmente punito senza condanna».

Nel 1915 sposa Edith Harms, figlia di un borghese, e tre giorni dopo viene arruolato per la Prima Guerra Mondiale. Il 31 ottobre 1918 muore per l’influenza spagnola a 38 anni, incompreso dai più, ma incluso dai veri.

Il coraggio risiede nella scelta di attraversare il ponte che separa il conosciuto dall’ignoto ed è in questo ardito gesto che sta il genio artistico.


«Nessuna opera d’arte erotica è oscena se è artisticamente rilevante; può renderla oscena solo l’osservatore che sia intimamente volgare».


Articolo a cura di: Emanuela Braghieri



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