San Marino al 78: Proposta la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza

Cosa hanno in comune Andorra, Liechtenstein, Malta e San Marino?

Oltre ad essere fra i dieci Stati più piccoli d’Europa, in tutti e quattro, ad oggi, l’aborto è vietato.

Se il principato di Monaco è riuscito ad uscire dal gruppo depenalizzando la pratica nel 2019, a settembre toccherà a San Marino trovarsi davanti ad un bivio.

Dopo le tante battaglie lanciate dalle sammarinesi, domenica 26 settembre si voterà per il referendum sull’interruzione di gravidanza, a ben 43 anni da quello che si tenne in Italia e che vide la vittoria della legalizzazione della pratica.



La città di San Marino, come tutti sappiamo, si trova tra le regioni italiane di Emilia-Romagna e Marche e conta poco più di 33000 abitanti, di cui il 50,6% è costituito da donne.


La sua presenza, nel cuore dell’Italia centrale, è stata strategica e utile per le abitanti dello Stato che hanno potuto godere del diritto ottenuto dalle italiane nel maggio del 1978: molte si sono servite della vicinanza con l’Italia per portare a termine eventuali interruzioni di gravidanza.


Questa modalità, dovuta al divieto assoluto di praticare le pratiche abortive, di fatto crea una disparità fra le donne più abbienti e quelle che vivono al di sotto di una certa soglia di ricchezza. Partire da San Marino per abortire in Italia, infatti, sebbene possa sembrare una soluzione immediata e poco dispendiosa, data la vicinanza, in realtà rischia di essere una discriminazione per le sammarinesi impossibilitate a pagare un prezzo così alto oggi.


Per le donne di San Marino, infatti, il prezzo da pagare per portare a termine tutte le pratiche abortive nel nostro Paese può arrivare a superare anche i 2000 euro. Inoltre, vi è la necessità di agire in segreto in quanto abortire, in qualsiasi condizioni si decida di farlo (anche in presenza di stupri o malformazioni) rappresenta un reato, punibile dai tre ai sei anni di reclusione: non esistono, per questa ragione, dati e statistiche in grado di indicare con precisione quante donne sammarinesi abbiano abortito nei Paesi vicini. Allo stesso modo ignoriamo completamente le ragioni che hanno portato le donne a compiere questa scelta. Non sappiamo, infatti, se abbiano deciso di interrompere la gravidanza per malformazioni del feto, motivi economici o derivanti dalle ragioni scelte per cui sono rimaste incinte: non potendo in alcun modo quantificare e qualificare il problema, si apre una lacuna sui provvedimenti e gli strumenti politici e legislativi.

Gli unici dati raccolti sul tema, invece, riguardano gli aborti spontanei e, pertanto, sono inutili ai fini dello scopo sociale di cui stiamo parlando.



Il problema dei costi delle interruzioni volontarie di gravidanza, emerso in tempi recenti, ha portato le sammarinesi a rivolgersi, sempre in Italia, a nuove strutture che, per un indennizzo minore, praticano aborti illegali: ecco perché, al di là dei diritti femminili fondamentali, questa battaglia riguarda anche l’Italia, non soltanto per una questione socioculturale.


La necessità di reclamare uno fra i diritti fondamentali per le donne ha portato la comunità della Città a lavorare fino ad ottenere il referendum propositivo del 26 settembre: per poter richiedere una consultazione di questo tipo a San Marino, infatti, è stato necessario raggiungere, quest’anno, le 1070 firme, cioè quelle del 3% degli elettori dello Stato entro i primi 45 giorni.

L’Unione delle Donne Sammarinesi (UdS) da marzo 2021 ha lavorato incessantemente per raggiungere il numero necessario di firme al fine di completare la richiesta: la raccolta si è conclusa il 31 maggio con 3.028 firme autenticate e 251 firme di residenti e sostenitori raggiungendo e persino superando la quota minima.


Ma per cosa si vota in particolare? La proposta che l’UdS vuole introdurre nella legislazione sammarinese è contenutisticamente identica alla legge 194 del 1978 italiana, in modo da permettere continuità fra San Marino e la penisola.

I principi richiesti sono, dunque l’autodeterminazione della donna, entro la dodicesima settimana di gestazione; la possibilità di ricorrere all’interruzione terapeutica di gravidanza anche dopo le prime dodici settimane qualora vi fosse la presenza di malformazioni o rischi per la vita della donna

A questo, come leggiamo dalla brochure, viene aggiunta la richiesta di introdurre una depenalizzazione dell’IVG entro precisi parametri.


Articolo a cura di: Beatrice Tominic



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