Ritratto di un pirata

Tra bufale, fake news, chiacchiere da osteria e fraintendimenti vari, tracciare il ritratto di un pirata medio è diventata un’impresa degna della Compagnia dell’Anello. Iniziamo mettendo in chiaro una cosa: oggi faremo un minimo di debunking sulla figura del pirata durante l’epoca d’oro (1650-1730 circa) ma teniamo presente che i pirati sono esistiti da quando l’uomo ha iniziato a navigare e hanno infestato mari e coste di tutto il mondo: dalla Grecia classica al Giappone del periodo Nanban, dalla Cina ottocentesca al Mediterraneo del XVI secolo.



Due delle modalità più comuni per accedere alla pirateria consistevano nell’ammutinarsi o nell’unirsi volontariamente a una ciurma pirata. Di solito, la carriera di un pirata durava pochissimo, da 2 a 5 anni: breve ma intensa, insomma. Naturalmente esistevano le eccezioni, ma visti i rischi del mestiere erano piuttosto rare, soprattutto considerando che non era quasi mai previsto un pensionamento tranquillo: nella maggior parte dei casi, i pirati venivano condannati alla forca o trovavano la morte in combattimento.

Passiamo all’estetica e alla “filosofia” piratesca. Quanta verità c’è nelle descrizioni dei pirati più famosi come Capitan Uncino, Jack Sparrow o John Long Silver? Non troppa, diciamocelo. Se per alcuni elementi effettivamente possiamo ritrovare una qualche parvenza di veridicità storica, altri sono palesi licenze artistiche. Partiamo da queste. I pirati non seppellivano i tesori (esistono sì e no una manciata di casi nella storia). Non ne avevano alcun motivo: ben consci di avere un’aspettativa di vita breve, spendevano tutto in poche ore, tra taverne e bordelli. Nessun tesoro nascosto, niente mappa del tesoro. Per gambe di legno e pappagalli la cosa si fa più complessa: spesso e volentieri, i pirati riportavano ferite gravi durante gli arrembaggi e le amputazioni erano all’ordine del giorno. Sebbene non fossero soliti sostituire l’arto vero con una protesi di legno, capitava che gli uomini menomati utilizzassero delle stampelle. I pappagalli aiutavano a ovviare alla noia. All’epoca esisteva un floridissimo contrabbando di questi piccoli volatili e, quando ne avevano la possibilità, i pirati ne catturavano parecchi per poi rivenderli. Succedeva però che qualche animale venisse trattenuto proprio come “passatempo”. Il discorso della benda sull’occhio è ancora meno probabile: le fonti storiche non citano questa usanza.



Per regolamentare la vita di bordo, alcune ciurme si dotarono di un proprio codice di comportamento, strutturato in diversi articoli che venivano concordati all’unanimità. La quantità e la natura delle norme variava da equipaggio a equipaggio e riguardava una vasta serie di argomenti: dalle donne al gioco d’azzardo, dal consumo di alcool alla quota di bottino prevista per ognuno.


Veniamo ai jolly roger. L’argomento va approcciato con grande cautela: studi moderni hanno concluso che molte delle bandiere pirata oggi conosciute siano false o attribuite al pirata sbagliato. Non che il vessillo nero (o rosso) non venisse issato, ma simbologie e caratteristiche sono notevolmente diverse dall’immaginario collettivo.

In buona sostanza, quello che sappiamo sui pirati è ridotto all’osso, complice il fatto che questi uomini scrissero pochissimo su loro stessi. Letteratura e cinema hanno contribuito in modo determinante a formulare un ritratto della pirateria in gran parte distorto e poco realistico.


Bibliografia


  • D. Cordingly, Storia della pirateria, tr.it. A. Tissoni, Modadori, Cles, 2011

  • D. Cordingly, I pirati dei Caraibi. Ascesa e caduta dei signori del mare, tr.it. M. Gezzi, Mondadori, Milano, 2013

  • W. Dampier, Memorie di un bucaniere. Nuovo viaggio intorno al mondo 1697, tr.it. R. Dalla Rosa, Mursia, Milano, 2018

  • D. Defoe, Storie di pirati. Dal capitano Barbanera alle donne corsaro, tr.it. e cura di M. Carpitella, Mondadori, Cles, 2013

  • A.O. Exquemelin, Bucanieri nei Caraibi. Cronache di un medico pirata, tr.it. M. Sacchi, Piemme, Milano, 2005

  • R. Giovannoli, Jolly Roger. Le bandiere dei pirati, Medusa, Milano, 2012

  • P. Gosse, Storia della pirateria, tr. it. S. Caprioglio, Odoya, Bologna, 2008

  • A. Spinelli, Tra l’inferno e il mare, Fernandel, Ravenna, 2003


Entrambi i dipinti sono di Gregory Manchess e fanno parte di una serie di 10 dipinti a olio realizzati per National Geographic


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: Veronica Gambirale di under_the_jolly_roger



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