Responsability to protect: il fine giustifica i mezzi?

Il divieto di uso della forza nel diritto internazionale e le sue controverse eccezioni.


Quando sentiamo cosa succede nel mondo è difficile immaginare che ci sia una logica nei rapporti tra Stati. Questi, infatti, sembrano bambini capricciosi che, scontrandosi l’uno con l’altro, si rifiutano puntualmente di trovare un compromesso. Eppure delle regole alla base di queste relazioni ci sono: alcune vigono da tempo immemore e valgono per tutti anche se non scritte (consuetudini); altre sono raccolte in trattati e vincolano solo gli Stati che li hanno firmati e ratificati. Tra le consuetudine più antiche vi è il divieto di uso della forza nelle relazioni internazionali, oggi codificato all’articolo 2 par. 4 della Carta dell’ONU. Esso si accorda perfettamente a un altro limite importante: il divieto di ingerenza negli affari interni degli altri Stati. La domanda sorge spontanea: esistono situazioni in cui è ammissibile trasgredire a tali norme, per esempio per far fronte a gravi e sistematiche violazioni del diritto umanitario?



Nel corso degli anni si sono sviluppate diverse eccezioni al divieto di uso della forza e se alcune sono universalmente riconosciute, come la legittima difesa, altre sono molto controverse sebbene ispirate a ideali di protezione della pace e della sicurezza internazionali. Tra queste spicca la responsability to protect (R2P), una dottrina che muove dal presupposto che ogni Stato ha l’obbligo di proteggere la propria popolazione da crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità e pulizia etnica e che, in caso di inadempimento, tale onere deve essere portato a termine dalla comunità internazionale. Tre sono dunque le sue colonne portanti: il dovere di prevenire dello Stato territoriale; il dovere di reagire della comunità internazionale, la quale si impegna ad attivarsi solo previa autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU e di non determinare in nessun caso con il suo intervento militare un rovesciamento di governo; la responsabilità di costruire dell’ONU, il cui Consiglio di sicurezze deve partecipare al processo di pacificazione e ricostruzione delle istituzioni politiche interne dello Stato attraverso la promozione del buon governo, l’assistenza ai corpi di polizia locale e la creazioni di tribunali speciali per giudicare i crimini commessi durante il conflitto. Questo sistema si attiverebbe, dunque, solo laddove i mezzi pacifici di risoluzione della controversia si rivelassero inadeguati e le autorità nazionali fossero incapaci di proteggere la popolazione.


Questa dottrina appare infusa di ideali virtuosi, ma allora perché è così controversa? Il fatto è che ogni Stato al suo interno ha un debole equilibrio e un intervento esterno non sempre dà i risultati sperati, ma anzi rischia di complicare ulteriormente la situazione. E, infatti, quando la R2P è stata messa in pratica, nella risoluzione n. 1973/2011 del Consiglio di sicurezza, ne sono emersi i punti critici. Con essa l’ONU voleva reagire all’aspra repressione dei moti insurrezionali portata avanti in Libia dal regime di Gheddafi, avendo già implementato diverse misure non implicanti l’uso della forza con scarsi risultati. Per rassicurare gli Stati più critici verso la R2P, nella risoluzione 1973/2011 il Consiglio sottolineava di impegnarsi a rispettare la sovranità e l’indipendenza della Libia, trovando il giusto bilanciamento tra la sua salvaguardia e un intervento a favore dell’incolumità della popolazione civile. Tale equilibrio, tuttavia, non si è mai realizzato e infatti l’ingerenza delle Nazioni Unite non si è di certo limitata a favorire una risoluzione pacifica della controversia! Essa si è tradotta, invece, in un diretto appoggio verso gli insorti, che ha provocato la caduta del regime di Gheddafi. Non stupisce, allora, che davanti a un così chiaro fallimento dell’istituto della R2P alcuni Stati abbiano già affermato che non appoggeranno più, nemmeno con un’astensione, risoluzioni ispirate a questa dottrina.



È evidente, dunque, che un’azione coercitiva, anche a tutela dei diritti umani, rischia sempre di dar vita ad abusi che possono mettere ancora più in pericolo la pace e la sicurezza internazionali. Inevitabilmente attratti dall’idea machiavellica per cui il fine giustifica i mezzi, gli Stati non sempre soppesano adeguatamente le conseguenze dell’uso della forza e forse conviene pensarci due volte prima di concepire nuove eccezioni a questo divieto. Certo è che nonostante l’impressionante evoluzione del diritto internazionale si fa ancora difficoltà a elaborare strumenti idonei a proteggere i civili dalle autorità a cui sono sottoposti. Questo, però, non è un motivo sufficiente per perdere la fiducia verso questa innovativa branca del diritto, anzi deve spronarci a svilupparla ulteriormente, affinché un giorno nessuna popolazione debba più avere paura del proprio governo.


Articolo a cura di: Laura Tondolo



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