Referendum: quando la politica è fatta “a convocazione”

Il 26 settembre un referendum a San Marino ha sancito la depenalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Anche in Italia si è tornati a parlare di referendum: dal primo luglio fino al 30 settembre è stato possibile firmare per l’eutanasia legale; si è iniziato a raccogliere firme anche per la legalizzazione della cannabis ed è tuttora in corso quella per abolire la caccia.



Ma cosa è un referendum? Il referendum, come ci insegnano fin dalle scuole elementari, è uno strumento di democrazia diretta che permette a tutti i cittadini di esercitare la propria sovranità popolare senza alcun rappresentante politico eletto che possa fare da intermediario: con un sì o con un no ogni cittadino può esprimere il suo giudizio. Una delle modalità per richiedere un referendum è data dalla richiesta presentata da almeno 500.000 cittadini elettori. Come indica già il termine stesso, “referendum” deriva dalla locuzione latina ad referendum cioè “a riferire”. Nella storia del nostro Paese spesso i cittadini si sono affidati ai referendum. Se dal 1974 al 1990 tutte le consultazioni referendarie presentate sono state giudicate valide; dal 1990, invece, a fronte di ben 53 referendum, 28 non sono stati considerati tali a causa del mancato raggiungimento del quorum.


Non volendo prendere in considerazione quello che ha posto le basi per la nascita della Repubblica Italiana, di cui festeggiamo ogni anno l’anniversario il 2 giugno, il primo referendum in Italia si è tenuto il 12 e il 13 maggio del 1974 e ha avuto per oggetto di voto la legge Fortuna-Basalini, entrata in vigore il primo dicembre del 1970. Con questa legge, la numero 898 del 1970, le procedure di divorzio venivano introdotte nell’ordinamento giuridico italiano, in ritardo, come spesso accade, rispetto a molti Paesi europei ed extraeuropei. Già oltre venti anni prima, ad esempio, alcuni Paesi fra gli Stati Uniti d’America avevano disciplinato i casi di scioglimento di matrimonio. Fin dallo stesso anno di approvazione della legge un gruppo di cattolici, sotto la guida del giurista Gabrio Lombardi, promosse la raccolta firme per un referendum abrogativo.



Quattro anni dopo si troverà a dover fronteggiare lo spirito dei giovani e delle donne degli anni Settanta che quella legge, invece, l’avevano a lungo desiderata e, senza dubbio, non volevano perderla. Coloro che parteciparono alla campagna di sensibilizzazione lo fecero con passione, dedizione e impegno. Le riviste femministe, che in quegli anni iniziavano a riunirsi in sempre nuove e più ampie redazioni, dedicavano pagine intere alla legge, alla spiegazione della sua applicazione e ad interviste, spesso a persone autorevoli o apprezzate anche in altri ambiti, per poter cercare ancora di più di convincere gli indecisi.


“Noi Donne”, giornale dell’Unione delle Donne Italiane, spesso trattò l’argomento confrontandosi con Sophia Loren, che da anni si era accompagnata a Carlo Ponti, famoso produttore separato dalla moglie in Messico e che, per questo, si trovava nell’occhio del ciclone. Non soltanto: la copertina dei numeri pubblicati all’epoca fu progettata in modo che una parte, un cerchio in cui campeggiava un grande “NO”, dai contorni tratteggiati, potesse essere tagliata.


Questo è solo uno dei moltissimi appuntamenti alle urne organizzati proprio per volere dei cittadini e, in un periodo in cui la nostra democrazia è sempre più spesso posta sotto attacco, ci ricorda quanto inestimabile sia la possibilità di definirsi libere e liberi.


Articolo a cura di: Beatrice Tominic



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