Qui gatta ci covid

Mi ero riproposto di non scrivere niente sul covid-19, poi però il virus si è appiccicato a me, e vi assicuro senza che lo chiedessi, pregandomi di parlare di lui ed eccomi qui a narrarvi la mia (dis)avventura.



Faccio un breve respiro, prima di iniziare, e ora posso farlo senza aiuto dell’ossigeno. Sì perché il maledetto quando si mette di impegno prende di mira i tuoi polmoni e cerca di ridurre le tue funzioni vitali, come quella di respirare.

Arriva in punta di piedi, tanto che pensi sia una banale influenza, e poi d’improvviso, sotto mentite spoglie, ti lavora ai fianchi e ti costringe ad andare in ospedale.

Lì ti rendi conto di tutto. Ho ripetuto tante volte al virus che io già ci credevo alla gravità di questa situazione e al dovere di stare attenti, però ha insistito affinché vedessi con i miei occhi ciò che avveniva all’interno del pronto soccorso e dei reparti covid.


Ho imparato subito che esistono degli angeli su questa terra che vestiti da palombari come dentro il mare si fanno in quattro per dare conforto a tutti. Di loro riesci a vedere appena gli occhi che a volte regalano sorrisi e altre volte la disperazione di non farcela a seguire la marea di gente che arriva ad ogni ora.


Ci sono stato otto giorni dentro l’ospedale del San Jacopo a Pistoia, quattro di questi li ho passati nel polo endoscopico O.B.I. e quattro nel reparto covid.

Nei primi quattro giorni ho cambiato rapidamente compagni di stanza e anche camera e ogni volta è stata un’esperienza di condivisione e comunanza. Ho visto persone che stavano quasi meglio di me andare in crisi rapidamente ed essere costretti a mettere il casco, altri essere trasferiti in altri poli toscani per mancanza di posti letto. Ho avuto come compagni malati di Alzheimer positivi che continuavano a chiamare incessantemente i propri figli, tanto che avresti voluto far finta di essere tu suo figlio.


Ho ascoltato le grida di aiuto di positivi con il femore rotto che chiedevano un antidolorifico come fosse acqua dopo chilometri nel deserto.

Ho avuto paura, tanta paura, perché senza quella maschera che mi elargiva quel soffio di vita, sentivo che non avrei potuto resistere più di qualche minuto.

Qualche volta sono riuscito pure a ridere, soprattutto grazie ai miei compagni di stanza, perché le difficoltà sviluppano il tuo senso dell’ironia, come un’àncora che ti tiene a galla quando intorno c’è vento di burrasca.


Gli altri quattro giorni li ho trascorsi in reparto insieme con un paziente più grave di me.

Le cure attente e professionali, la vicinanza dei miei familiari e di tante persone amiche e l’esempio del mio compagno di stanza che ogni minuto si prodigava per ottenere il massimo risultato dalla sua situazione difficile, mi hanno consentito di uscirne rapidamente e di far ritorno a casa, senza più la necessità di ossigeno, anche se debilitato e bisognoso di altre cure.

Ecco, adesso che sono nuovamente accanto ai miei cari, posso dirvi che ognuno di noi dovrebbe far tesoro delle sue esperienze negative ed uscirne con uno spirito differente, perché solo così le paure e le amarezze possono diventare un tesoro da tirare fuori nel momento del bisogno proprio e in quello degli altri.

Aggiungo solo che è necessario saper ascoltare il proprio corpo, perché quello parla, parla incessantemente.

E se a un certo punto vi sembra di non essere più la stessa persona e che ogni gesto porti con sé uno sforzo immane, ebbene cominciate a pensare che “qui gatta ci covid”.


Articolo a cura di: Marco Tempestini



155 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti