Quella nostra Isola che non c’è

“…Seconda a destra e poi dritto fino al mattino”.


Peter Pan, personaggio creato nel 1902 da James Matthew Barrie, entra nell’immaginario collettivo come quel bambino che non vuole crescere. Sullo sfondo dell’Isola che non c’è vive, con Wendy e i suoi fratelli, quelle stravaganti avventure che lo portano ad affrontare il terribile Capitano Uncino, marinaio suo acerrimo nemico che combatterà senza mano, divenuta il pasto di un coccodrillo. È – quella di Peter Pan – una storia che narra di polvere di stelle, di avventure tra indiani e pirati e che consegna una morale a tratti un po’ scontata: un eterno fanciullo, affezionato alla mamma, non vuole crescere preferendo rimanere imbrigliato nella sua eterna infanzia.


Tutto nasce quando J. M. Barrie (1860-1937) portando a spasso il cane incontra a Kensington Gardens, a Londra, i tre figli – che sosterrà economicamente anche a seguito della morte dei genitori – dei coniugi Llewelyn Davies. E, non a caso, la storia del libro inizia a casa della famiglia Darling, dove vivono coi genitori i tre fanciulli Wendy, Michael e John. Wendy, la figlia maggiore, ogni sera racconta ai fratelli la storia di Peter Pan che, contrariamente a quanto sostiene il padre, esiste davvero: Nana, il loro cane, lo ha scovato in casa e magicamente gli avrebbe strappato la sua ombra. Peter Pan, accompagnato dall’amica fatina Trilli, aspetterà che i tre fanciulli si addormentino per entrare nella loro camera e recuperare l’ombra rinchiusa in un cassetto. Nell’intento, il baccano è tale che Wendy, svegliatasi, decide di aiutarlo ricucendogli addosso quell’ombra. Per Wendy è giunto però il momento di trasferirsi in un’altra stanza, il padre la reputa ormai cresciuta e non è bene che continui a dormire con i fratelli più piccoli… Ed eccola, tra molteplici peripezie, intraprendere il viaggio verso l’Isola che non c’è. A seguire, l’entrata in scena dei vari personaggi: Capitan Uncino chiuso nel suo ruolo di potere, Spugna piagnucoloso insoddisfatto, i Pirati asserviti e ubriaconi, il Capo Tribù… Si vola.


A ben rileggere queste avventure, nell’indiscussa fantasia che corre tra il cielo e il mare, rimane qualcosa di amaro, qualcosa che si vorrebbe a tratti scacciare, quasi a ripetersi che no, trattasi semplicemente di una favola. Più, insomma, ci si addentra tra le vicende di questi personaggi più si coglie che la fiaba contiene un continuo richiamo alla vita degli adulti. Leggere il libro da grandi porta così a trasformarlo nel negativo della sua lettura da bambino: il narrare dello scorrere del tempo scandito dalla vita di una famiglia della Londra vittoriana che ogni sera con una fiaba consegna i suoi figli ai sogni notturni. Pare percepirsi la crudeltà della solitudine quando la si avverte da piccoli, quando – allora – si è in grado di abitare isole impossibili e alzarsi da terra fino a volare per afferrare le stelle. Una lettura matura porta inevitabilmente con sé quel prepotente richiamo alla distanza incolmabile che c’è fra la vita adulta e l’infanzia: è necessario lasciar morire lo stato di fanciullezza per poter diventare grandi e abitare quel mondo in cui non ci è più possibile essere solo e semplicemente felici ed innocenti. Peter Pan è quel bambino mai davvero cresciuto, che pensa che un bacio sia un bottone, che non comprende il linguaggio degli adulti e che si esprime in modo imperfetto, a volte poetico altre assurde; il suo ammonimento non è soltanto a non lasciarsi crescere, quanto piuttosto a dimenticare, anche con una risata, l’impellente richiamo alla vita: “Perché piangi Peter Pan? Non lo so. Una lacrima per ogni pensiero felice”.


Articolo a cura di: Lisa Bevilacqua


4 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti