Quella casa nel bosco – Quando il metacinema si tinge di horror

La pellicola diretta da Drew Goddard ci mostra i meccanismi elementari del genere horror.


Uscito in Italia nel 2012, il film Quella casa nel bosco è il primo diretto da Drew Goddard. Mescolando orrore e comicità, esso ci offre una reinterpretazione originale del genere gore (ormai relegato ai film di serie B) e più in generale dell’horror.



Inizialmente sembra di trovarsi davanti il solito scenario visto e rivisto: un gruppo di cinque studenti universitari parte per un weekend di vacanza in una remota casa nel bosco. I cinque non potrebbero rappresentare meglio lo stereotipo dei protagonisti dei film horror: l’atleta, la bionda svampita, lo studioso, il “tossico”, la brava ragazza. Tuttavia, capiamo subito che qualcosa non va: la casa in questione è sorvegliata da telecamere che riprendono tutto ciò che i protagonisti fanno e ben presto ci accorgiamo che anche i loro comportamenti sono influenzati da qualcuno “al di fuori e al di sopra” di loro.


Nel corso del film viene svelato che i cinque ragazzi sono finiti in un macabro rituale che deve svolgersi in un modo ben preciso, perché altrimenti gli Antichi (dei conservati in un sonno perpetuo dal sacrificio annuale di cinque giovani che compongono specifici archetipi) si risveglierebbero e distruggerebbero il mondo. Nulla di quello che accade è casuale: la bionda deve morire per prima, i due che si allontanano dal gruppo per appartarsi nel bosco vengono attaccati, la brava ragazza è l’ultima a rimanere in vita… Numerosissimi sono i riferimenti al panorama horror e un amante del genere, che ne conosce i meccanismi e gli elementi tradizionali, sa esattamente cosa aspettarsi in ogni momento: la struttura del film consiste proprio in questo, mostrare in maniera palese, quasi ridicolizzante, ogni stereotipo e luogo comune di questa tipologia di pellicola, trovandone però una giustificazione alternativa e originale (sono gli Antichi a richiedere esplicitamente che i sacrifici mostrati avvengano secondo queste modalità).


Dando per assodato il filone del genere horror e le sue caratteristiche ricorrenti, in questo caso la sovversione delle aspettative sta proprio nella totale rinuncia a portare sullo schermo qualcosa di nuovo. L’originalità sta nel prendere per buoni elementi per nulla originali e giocare con essi: il film riflette sui film stessi, li scompone e usa quei pezzi per costruire una metafora meta-cinematografica su Hollywood e sul rapporto tra spettatori e registi/produttori/sceneggiatori.



Infatti, guardando Quella casa nel bosco, ci sembra di assistere a un esperimento, senza renderci conto che le cavie siamo noi: osserviamo dall’esterno un rituale che dovrebbe apparirci come raccapricciante, ma sappiamo riconoscerne e anticiparne le fasi e talvolta, davanti a questo genere di film, diventiamo curiosi di vedere di più, di esplorare più alternative, addirittura proporre “soluzioni” che pensiamo avrebbero reso la vicenda più… interessante.

Seduti nei nostri divani, proviamo un sadico piacere nel guardare i protagonisti dei film vivere esperienze terrificanti e questo per noi è fonte di intrattenimento. Proprio come gli Antichi, siamo noi spettatori a chiedere una “offerta”, una specie di sinistro tributo ogni volta che con i nostri gusti, le nostre preferenze influenziamo la produzione cinematografica dei film dell’orrore.


Articolo a cura di: Alysia Giorgia Voltattorni



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