Quel 2 giugno, le donne

Per molte donne fu la prima volta nelle urne elettorali: cosa successe il 2 giugno e quali furono le sensazioni all’alba di una nuova era in Italia?



La guerra era finita. L’Italia era un Paese scosso, distrutto, provato. Era un Paese da ricostruire: era stato liberato da appena un mese, ma la voglia di ricominciare era palpabile.


Scrollarsi di dosso la vita dell’ultimo ventennio era una priorità così come, per molti, la voglia di cambiare radicalmente o, in alcuni casi, continuare il cambiamento già iniziato nel periodo della Resistenza.


Per le donne l’esperienza nella Resistenza e, in particolare, nei Gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà aveva aperto nuovi orizzonti. Le loro imprese le avevano rese uguali agli uomini; il loro studio le aveva rese competenti anche dal punto di vista più strategico; la dedizione aveva confermato le loro capacità e l’impegno ne aveva temprato la convinzione che non fossero meno degli uomini: inevitabilmente si arrivò a poter vedere concesso quel diritto di voto che era stato richiesto a lungo.


Esiste forse un sogno più vero della libertà di poter contare qualcosa nel Paese per la cui liberazione si è lottato con dedizione, passione e coraggio?


Quel 2 giugno le donne sembravano aver coronato il loro sogno più atteso: non l’ultimo, per alcuni aspetti neppure il più necessario, soltanto il più atteso.


Il 2 giugno questo sogno divenne realtà per tutte le donne anche se, a ben vedere, non fu la prima volta.


Le più “fortunate”, prima ancora dell’Unità di Italia, votavano nel Graducato di Toscana e in Veneto, senza, però, poter essere elette.



Anche nel corso del ventennio fascista, per un anno appena, dal 1925 al 1926, alle donne fu consesso di votare alle elezioni amministrative.


Già nel marzo dello stesso 1946, inoltre, alcune donne si erano recate alle urne per le elezioni amministrative, ma il fatto che le zone di voto fossero circoscritte, sembrava che la vittoria delle donne fosse meno valida.


Molti pensano che il diritto di voto alle donne italiane sia stato concesso naturalmente senza che loro si battessero per ottenerlo: il femminismo italiano prima della seconda ondata, post Sessantotto, è ancora poco conosciuta nel nostro Paese.


La verità è che la lotta italiana per il voto, sebbene non sia stata chiassosa come quella suffragista in Inghilterra, dove il voto alle donne fu approvato nel 1918, fu portata avanti negli anni.


Anna Maria Mozzoni, probabilmente quella che potremmo considerare la pioniera del movimento femminista in Italia, già a fine Ottocento, oltre a tradurre e pubblicare in Italia testi di John Stuart Milla come “L’asservimento delle donne”, promulgava le sue idee attraverso scritti inediti.


Quel 2 giugno le strade pullulavano di gente. Molte donne si recarono da sole a votare, perché i loro mariti erano a lavorare. A molte fu raccomandato di non indossare il rossetto perché qualora avessero macchiato la scheda elettorale sarebbe stata da invalidare.


L’adrenalina dell’entrare per la prima volta, però, era largamente diffusa in tutta la popolazione, anche maschile: la maggior parte degli italiani, a fronte di venti anni di dittatura, si trovava a votare realmente per la prima volta.


Alcune votarono guidate dalle idee della famiglia, sia essa costituita dal nuovo nucleo con un proprio marito o dalla vecchia con padre, madre e fratelli; altre secondo la propria coscienza.


L’ansia di ogni marito restò comunque, ancora per lungo tempo, che le proprie mogli potessero aver votato per il gruppo opposto: i democristiani temevano che le mogli avessero votato comunista, i comunisti ebbero il dubbio sulla democrazia cristiana.


Non è un caso. La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista erano, infatti, i principali partiti che si erano battuti per estendere il suffragio alle donne, tramite le spinte delle organizzazioni femminili a loro collaterali, rispettivamente, il Centro Italiano Femminile (CIF) e l’Unione delle Donne Italiane (UDI)

Il diritto di voto si ebbe tramite il decreto legislativo numero 23 del primo febbraio 1945, firmato dal primo ministro Ivanoe Bonomi su spinta, appunto, di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti ed affermava l’estensione di voto alle donne e che, però, in questo primo momento escluse da esso le prostitute.


Forse alcuni non seppero mai la verità.


Alla fine si contano i numeri e nessuno poteva conoscere il voto segreto delle donne.


Come la storia ci insegna, a vincere fu la Repubblica. Anche grazie alle donne che votarono per la libertà del Paese che amavano e che, troppe volte ancora oggi, non le considera come dovrebbe.


Articolo a cura di: Beatrice Tominic



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