Quarant’anni di cantautorato

In questi due ultimi mesi del 2020 ricorre il cinquantesimo anniversario di due tra gli album più importanti nella storia del cantautorato italiano: “Emozioni” di Lucio Battisti e “La Buona Novella” di Fabrizio De André.



Il primo, pubblicato dalla casa discografica Ricordi il 1° dicembre del 1970, è una raccolta di tutti quei singoli che, spesso editi già dall’anno precedente, hanno consacrato Battisti come artista di culto della musica italiana; il secondo, pubblicato dalla Produttori Associati (PA/LPS 34) a un mese di distanza rispetto al secondo Lp di Battisti, è quello che si definisce un “concept album” nonché uno dei più grandi lasciti umani della discografia di Faber. Cosa rende queste due pubblicazioni così importanti da consacrare Battisti e De André come colonne portanti del cantautorato italiano? Dietro ad una composizione di testi, musica e registrazione apparentemente semplice c’è un grande lavoro, difficilmente percepibile se non ad orecchi esperti. In Battisti, ad esempio, vi è la capacità di combinare la facilità dell'ascolto con delle strutture compositive complesse, caratteristica che lo rende in grado di mettere d'accordo allo stesso tempo la critica più esigente e il pubblico. Infatti, in “Emozioni” gli argomenti sono sempre di natura amorosa, ma ciò che caratterizza l’album è la predominanza della visione "negativa", con il tema della solitudine e della perdita d’amore, e l’insuperabile intensità dell'interpretazione di Battisti, che dimostra di saper esprimere sentimenti come la disperazione in modo magistrale. In una delle rarissime interviste, Battisti racconterà riguardo al brano omonimo:


«“Emozioni” l'ho scritta subito dopo il viaggio a cavallo Milano-Roma e vi ho messo quella tensione intima, quei passaggi bruschi sospesi in aria, per esprimere meglio il senso di scoperta, di stupore che provammo io e Mogol avventurandoci per prati, colline e fiumi, come se vedessimo la natura per la prima volta».

Per quanto riguarda “La Buona Novella”, invece, De André lavora all’album nel 1969 «in piena lotta studentesca» e per questo il disco si rifà ai Vangeli apocrifi, precisamente inserendo in alcuni brani citazioni tratte dal Protovangelo di Giacomo”. Infatti, nonostante la Chiesa avesse escluso quei testi apocrifi dal codice «canonico», portando il termine dal significato di “segreto” a divenire sinonimo di “non veritiero, falso, non corretto”, questi hanno lasciato una traccia profonda: dalle più piccole tradizioni fino alle basi sulle quali poggia il dogma dell'Assunzione e altri. Queste e altre notizie sono approfondite con particolari o trovano addirittura la loro unica citazione nei vangeli apocrifi, che sembrano colmare il vuoto dei quattro canonici (Marco, Matteo, Luca, Giovanni) sull'infanzia di Maria, la storia di Giuseppe, l'infanzia di Gesù e sulla storia di Erode e Pilato. Ma la differenza più interessante è l'attenzione che gli autori mettono anche sulla natura “comunque” umana dei protagonisti; questi, diversissimi, ma straordinariamente autentici, sono messi in risalto e altrettanto risalto ha la presenza del popolo, rappresentato come elemento corale che accompagna la voce narrante in una sorta di antifonia liturgica, facendogli riprendere le funzioni che aveva il coro nel teatro classico. il lavoro di questo disco nasce quindi dalla rinuncia ad ogni

tipo di sperimentazione, dalla ricerca sugli apocrifi e sull'animo umano che li ha formati, dalla necessità di divulgare e dalla convinzione che l'argomento in questione non sia superato: al massimo, oggigiorno l'interesse si sposta dallo studioso alla gente, attraverso l'unico tramite attualmente possibile, cioè l'artista. In maniere diverse questi due capolavori hanno, quindi, fatto la storia del cantautorato italiano e lo fanno tuttora.


Claudia Crescenzi



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