Quando è la strada a raccontare

Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh”. Tratto da “On the road” di Jack Kerouac.



Questo passaggio di “On the road”, il libro manifesto della Beat generation, scritto da Jack Kerouac nel 1951 e pubblicato nel 1957, descrive perfettamente ciò che spinse me, ed altri due “pazzi” amici, Roberto e Sandro, ad organizzare il “viaggio della vita” negli USA nel giugno del 2012, un “coast to coast” in auto che ci avrebbe portato da Est ad Ovest, da Boston a San Francisco.


On the road è un romanzo autobiografico di Jack Kerouac, uno dei principali esponenti della Beat Generation insieme ad Allen Ginsberg, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti (ancora a deliziarci con i suoi versi alla veneranda età di 101 anni), Jack Hirschman, Gregory Corso, e tanti altri.


Sulla Strada fu scritto, in prosa spontanea, in sole tre settimane, con un ritmo compulsivo, su un rotolo di carta per telescrivente, senza paragrafi e senza punteggiatura, srotolato sul pavimento come fosse una strada, senza mai riposarsi, sotto l'effetto di benzedrina e con l'aiuto del solo caffè. Il battere sui tasti di Kerouac, era paragonabile alle pennellate di Jackson Pollock o ai fraseggi di Charlie Parker al sax. Con il sottofondo, trasmesso alla radio, del bebop di George Shearing e Slim Gaillard, Kerouac racconta di vita vera: storie di viaggi per le strade americane (da New York ad Ovest, fino a scendere in Messico alla fine degli anni quaranta, in autostop o in macchina o bus), di jazz, alcool, ragazze, droga e libertà. E ne venne fuori un autentico capolavoro, tanto che “il Rotolo” fu aggiudicato, in un’asta del 2001, per un prezzo superiore ai due milioni di dollari.


Sulla strada, comunque, è anche una ricerca spirituale ed è questo uno dei motivi che, a giugno 2012, ci spinsero ad organizzare il viaggio negli USA ripercorrendo le strade e le orme di Kerouac.


Tutto partì casualmente, quando qualche anno prima, Roberto, seduto sui sedili di un vecchio scompartimento di uno dei treni che da Reggio Calabria portavano a Milano, scambiando quattro chiacchiere con il casuale compagno di viaggio, fu rapito dalla copertina di un libro con su disegnata la cartina degli Stati Uniti, attraversata da due linee riportanti i nomi di alcune città americane. Fu una folgorazione: dopo aver chiesto di cosa trattasse quel libro e l'enfasi del compagno di viaggio nel raccontare le gesta di Kerouac, il passo conseguente fu quello di acquistarlo immediatamente alla stazione di arrivo. Divorato in pochi giorni e condiviso con i futuri compagni di viaggio, in poco tempo si decise di ripercorrerla quella strada.


La lettura di On the Road è stata la dimostrazione di come un libro possa cambiare il modo di vivere e di pensare delle persone. La generazione beat americana si metteva “sulla strada” perchè riteneva di non conoscere altro luogo che fosse più vero. Infatti, a differenza che in Italia, dove le parole “sulla strada” hanno quasi sempre un'accezione negativa, in America, invece, “sulla strada” è sinonimo di viaggio, occasione di libertà. Ed è stato questo lo spirito che ci accompagnò a ripercorrere le orme del padre della beat generation: ritrovare sé stessi, ritrovarsi in luoghi che siano più vicini all'immediatezza dell'essere.


Decidemmo così di pianificare il nostro viaggio qualche mese prima, al solo scopo di non lasciarsi indietro alcun rimpianto, decidendo di visitare tutto ciò che avrebbe potuto arricchirci. Il 2 giugno 2012 ci imbarcammo così sul volo Reggio Calabria-Roma per attendere la coincidenza che ci avrebbe portato oltreoceano, a Boston nel Massachusetts, stato di origine di Kerouac (nacque a Lowell il 12 marzo del 1922).


Quel viaggio non poteva che iniziare se non rendendo omaggio alla fonte ispiratrice di tutto: in programma vi erano la visita alla casa natale e soprattutto alla tomba di Kerouac. Così, dopo il primo pomeriggio in terra americana trascorso a Boston per smaltire il fuso orario e noleggiare l'auto per affrontare il “coast to coast”, la mattina successiva la destinazione fu direttamente Lowell. Arrivati alla casa natia dello scrittore, al n. 9 di Lupine road del quartiere di Centraville, l'emozione fu fortissima ma niente di paragonabile a quello che avremmo provato di lì a poco visitando la tomba di Kerouac. Nonostante Lowell fosse una piccola cittadina del Massachusets (110.000 abitanti circa), trovare il cimitero che ospita le spoglie di Kerouac fu una vera e propria impresa, trovandosi un po' fuori città, su un lungo viale affiancato da diversi cimiteri. Edson Cemetery: qui, all'incrocio di due vie all'interno del cimitero (Lincoln Ave e Seventh Ave) si trova una piccola lastra di marmo sotto la quale riposano le spoglie di Kerouac. “HE HONORED LIFE”: questa frase scolpita sulla tomba rappresenta più di ogni altra ciò che Kerouac realizzò nella sua vita. Recitammo uno dei passi più famosi di “On the road”, in un’atmosfera che definire surreale forse è troppo riduttivo. Il silenzio del luogo e il suono delle parole si fusero in un tutt’uno che resero le nostre menti prigioniere di un’emozione senza fine, spingendoci a credere che in quel momento Jack fosse lì, accanto a noi, a sorseggiare una birra e fumare le sue dannate sigarette.


Ripartimmo quel pomeriggio stesso, consci che nulla ci sarebbe potuto accadere durante i quasi 7.000 km di strada che ci attendevano guidati dallo spirito vagabondo di Jack. E così fu. Prima tappa Niagara Falls, dove ad attenderci, c’erano dei nostri parenti i cui padri, reggini come noi, emigrarono nel lontano 1950 alla ricerca del sogno americano. La cosa incredibile fu che, l’uno con l’altro, non conoscevamo con esattezza a quale ramo genealogico appartenessimo. Ma lo stesso fummo trattati come figli, con cena all’italiana e con le lacrime agli occhi nel momento in cui tirammo fuori vecchie foto appartenute ai nostri nonni di cui sconoscevamo l’esistenza. Foto del servizio militare, di cerimonie, scritte in italiano o americano incerto che ridussero sempre di più le distanze tra Italia e USA. Congedati i parenti, la sera stessa visitammo le cascate del Niagara, sconfinando dal lato Canadese. Di notte le cascate illuminate mostrarono uno spettacolo indescrivibile, ripetuto il giorno successivo, con le cascate ammirate dal lato americano.


Le tappe successive ci videro toccare posti rappresentativi di ciò che per noi ha rappresentato il viaggio: Cleveland con visita al Museo del rock il Rock&Roll Hall of Fame; Chicago con partenza simbolica dall’inizio della storica Route66, la strada madre, la strada dei viaggiatori, immortalata da Nat King Cole con la canzone “(Get Your Kicks On) Route 66” scritta dal compositore jazz e pianista Bobby Troup, canzone che diventò poi un pezzo di repertorio del grande Chuck Berry, ed incisa da molti altri artisti, inclusi i Rolling Stones e i Depeche Mode; Saint Louis, con visita al Gateway Arch, la porta dell’Ovest ed il tour alla fabbrica della birra della Budweiser, con degustazione di svariate birre alla spina al termine dello stesso; Kansas City, alla scoperta del The American Jazz Museum, della storica stazione dei treni e passaggio all’Historic City Market, dove incontrammo casualmente Giuseppe, un giovane palermitano emigrato tanti anni prima per aprire una bottega con vendita di tutti i prodotti tipici siciliani e calabresi. Ci regalò panini e salumi per affrontare i 970 km che separavano Kansas City da Denver; Denver, la città con le più belle donne d’America, dove visitammo Larimer street, la via in cui crebbe il protagonista principale di On the Road, Neal Cassidy, artisti di strada ovunque, e vita mondana a qualsiasi ora.


Da questo momento in poi del viaggio si passò a visitare una parte di America diversa, l’America dei parchi nazionali, l’America dei paesaggi, l’America vera. Il cemento ed i grattacieli lasciarono il posto al colore rosso della terra. Le Montagne rocciose sullo sfondo, il fiume Colorado a fare da compagno di viaggio. Arches National Park la prima tappa nello Utah: una area naturale protetta degli Stati Uniti che conserva oltre 2000 archi naturali di arenaria formatisi in milioni di anni. Visitammo l’intero parco, in particolare il Landscape Arch, il Double Arch, Balanced Rock, Devil’s Garden: ma da mozzafiato fu aspettare il tramonto al Delicate Arch, da cui fu possibile ammirare il panorama delle La Sal Mountains. Seconda tappa il Mesa Verde National Park, nascosto nella profondità di un Canyon, che conta circa 600 insediamenti delle popolazioni indigene Pueblo. Si tratta di case indiane scavate nella roccia, abbandonate nel 1300, che potemmo visitare con apposite guide scalando rocce a strapiombo. Percorrendo la Highway 163 giungemmo poi alla celeberrima Monument Valley, il sogno di una vita. Simbolo dell’Ovest americano, percorremmo la Monument Valley in macchina attraversando la “Valley drive”, avvicinandoci al Left Mitten, Right Mitten e Merrick Butte, i leggendari monoliti rossi, i tre pinnacoli che rappresentano il vero e proprio simbolo della valle, immortalati in una serie innumerevole di film dei cowboys. La zona fa parte della Navajo Nation Reservation (dove ancora vive una tribù). I nativi americani gestiscono tutte le attività all'interno della valle, tanto che le guide sono formate unicamente da locali Navajo. Passaggio successivo fu la visita al Grand Canyon, formato nell’arco di sei milioni di anni dal fiume Colorado. Spettacolare fu aspettare il tramonto sul South Rim, dove un incredibile gioco di luci e ombre e il variare del colore delle rocce (dal banco pallido del giorno, al rosso e ocra del tramonto) ci fecero rimanere letteralmente a bocca aperta. Il viaggio proseguì i giorni successivi con visita di Las Vegas, città finta costruita in mezzo al deserto, dove gli hotel e i casinò riproducono tutti i principali monumenti mondiali, città che vive solo di notte, città di perdizione e divertimento.


Lo spostamento successivo prevedeva raggiungere Los Angeles, ma il bello di un viaggio è anche la sorpresa: fu così che di strada ci imbattemmo in Calico Ghost Town, la città fantasma, un villaggio del vecchio West ben conservato che mantiene ancora l’antico e polveroso fascino western. Dopo 13 giorni di viaggio ci trovammo a Los Angeles: visitammo la collina di Hollywood, la celebre Hollywood Bouvelard, attraversando a piedi la Walk of Fame, dove sono incastonate più di 2500 stelle di marmo delle celebrità del cinema, gli Universal Studios, ma soprattutto il Molo Pier, a Santa Monica, dove simbolicamente, termina la Strada Madre, la Route 66, con apposito cartello che segnala la fine della stessa e dove insiste un negozietto con tutti i souvenir della Route. Malibù e Santa Barbara furono le tappe successive per poi spostarsi verso la città di San Francisco, attraversando la famosa località di Big Sur, decantata dall’omonimo libro di Jack Kerouac. Paesaggi mozzafiato, scogliere altissime che finivano a strapiombo sul mare, scenari incantevoli. Andammo alla ricerca della casa tra i boschi di Lawrence Ferlinghetti, tra i pochi poeti beat ancora in vita e descritta nel libro Big Sur di Jack Kerouac, posto dove lo stesso scrittore trovò ispirazione per scrivere. Non riuscimmo a trovarla ma l’atmosfera magica di quei luoghi comunque ci lasciò un senso di felicità mai provato. Sulla strada, comunque, ci imbattemmo nella baita di un altro grande poeta: Henry Miller, dove oggi sorge la Henry Miller Library Books Music Art.


Arrivammo così a San Francisco, la più europea tra le città americane. San Francisco fu, da sempre, assieme a New York, la città dei beat: visitammo il Golden Gate, la City Light Books (la libreria di Lawrence Ferlinghetti), il The Beat Museum dove sono conservati diversi cimeli di Kerouac, e al caffè Trieste, incontrammo Jack Hirshmann, famoso poeta beat, già professore all’Università di Jim Morrison, conosciuto pochi anni prima nel corso di diversi reading di poesia tenutisi in Calabria. Trascorsi tre giorni a San Francisco, lasciata la macchina in una agenzia di noleggio, prendemmo il volo per New York, dove erano in programma le visite all’Empire State Building, Statua della libertà, Time Square, ponte di Brooklin, Central Park, il Greenwich Village (il quartiere dei Beat), il sito delle torri gemelle, il Metropolitan museum. Dopo 24 giorni di macchina, aerei, bus e chilometri macinati a piedi, l’aereo di ritorno Boston-Roma-Reggio Calabria ci aspettava.


Il 24 giugno tornammo nella nostra terra, stanchi ma consapevoli di aver vissuto una delle esperienze più belle e indimenticabili della propria vita. Ed è proprio vero ciò che ci ha tramandato John Steinbeck:


“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”.


FOTOGRAFIE DEL RACCONTO



Articolo a cura di: Natale Fotia



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