Qualità dell’aria, l’Italia vìola il diritto dell’Unione

Il nostro paese subisce ancora una procedura d’infrazione in materia ambientale. Niente di nuovo sul fronte.



La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha condannato l’Italia per non aver dato adeguata esecuzione alla direttiva 2008/50, riguardante la qualità dell’aria e la tutela dell’ambiente in Europa. Secondo un copione già visto e rivisto – peraltro evidenziato in passato, leggi qui – l’Italia fatica enormemente per stare al passo dell’Unione, in particolare in materia ambientale, non riuscendo ad adeguare la propria legislazione interna ai desiderata europei. In quest’occasione, la lesione del diritto UE da parte del Belpaese riguarda una direttiva del 21 maggio 2008, adottata congiuntamente dal Parlamento Europeo e dal Consiglio; in tale atto, le istituzioni dell’Unione chiedevano espressamente «la definizione di obiettivi di qualità dell’aria al fine di evitare, prevenire o ridurre gli effetti nocivi per la salute umana, la valutazione della qualità dell’aria sulla base di metodi e criteri comuni» e la riduzione di emissioni nocive, quali il Pm10.


Per chi non lo sapesse, il Pm10, acronimo di Particulate Matter 10 µm, alias “polveri sottili”, è un materiale allo stato solido o liquido, spesso disperso nella bassa atmosfera, con dimensione inferiore o uguale a 10 micrometri. Da un lato, il particolato ha origini naturali, quali le eruzioni dei vulcani o i pollini vegetali dispersi nell’aria, che non preoccupano particolarmente; dall’altro, questo materiale nasce anche in seguito all’utilizzo dei combustibili fossili, ad esempio per il riscaldamento. Invero, la preoccupazione circa la sua diffusione è da ricercare nel suo carattere carcinogeno – secondo quanto evidenziato dalla IARC e dall’OMS – cioè potenzialmente in grado di generare tumori. Proprio per questo motivo, la direttiva 2008/50 stabiliva dei valori limite, lettera morta per l’Italia.


La Commissione europea, avendo constatato l’allergia dell’Italia verso queste norme, aveva già avvertito il nostro paese nel 2014, quando – per la prima volta – aveva avviato la procedura di infrazione per il “superamento sistemico e continuato – a partire dal 2008 – dei valori limite fissati per le particelle PM10 in molte aree della penisola e per la mancata adozione di misure normative che limitassero questo fenomeno”. Inoltre, la Commissione, nel 2018, rilevando la mancanza di chiarezza nelle spiegazioni offerte dal Governo Italiano, aveva proposto il ricorso per infrazione di fronte alla Corte; e proprio di recente, il 10 novembre, la Corte ha dato ragione alla Commissione. Difatti, nella sentenza di condanna, la Corte di Giustizia evidenzia come l’Italia – in ben otto regioni, quali Veneto, Emilia - Romagna, Lombardia, Piemonte, Sicilia, Calabria, Lazio, Puglia – abbia superato sistematicamente i valori limite (giornalieri e annuali), dal 2008 fino al 2017 (ma, per nostra sfortuna, anche tutt’ora). Inoltre, il coronamento degli obiettivi statuiti dai progetti per la riduzione delle emissioni, attuativi della direttiva, è ancora ben lontano, come testimoniano i piani regionali di Veneto e Lombardia (e anche altri), da realizzare entro il 2025.



Invero, i commenti non sono tardati ad arrivare e, tra i più interessanti, spiccano la nota del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa e il commento del Presidente di Legambiente Stefano Ciafani. Il Ministro Costa ha sottolineato la rilevanza del problema, la cui auspicabile soluzione sarebbe da ricercare – a suo dire – nel miglioramento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che dovrebbe prevedere l’adozione di misure atte a ripristinare livelli adeguati di qualità dell’aria. Secondo Stefano Ciafani, invece, bisognerebbe utilizzare sia i fondi del Next Generation EU che quelli del Recovery Fund per finanziare progetti volti a rendere l’Italia più vivibile e sana, riducendo le emissioni provocate dal settore industriale, agricolo e dei trasporti, e puntando sull’efficientamento energetico. In ultimo, è necessario ricordare che, secondo il rapporto redatto dall’Agenzia europea per l’ambiente (AEA) – in riferimento al 2019 – il nostro Paese detiene la maglia “nera” per le morti premature da biossido di azoto, con circa 14.600 vittime l’anno. Molteplici campanelli d’allarme stanno squillando e la politica dovrà – prima o poi – rispondere presente.


Elenio Bolognese



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