Qual è il tuo nome?

Vi è mai successo di avere quel momento di vuoto in cui, quasi spaesati dai vostri stessi pensieri, vi domandiate: “Cosa sto cercando?” Oppure quando, al risveglio di un sogno vi scottano le guance, vi bruciano gli occhi, il respiro è più veloce e siete stati convinti che quel che accadeva non fosse solo un sogno, ma un livello di spazio/tempo che si è intersecato alla vostra vita…

E se quella persona che vi sembra tanto famigliare, non l’abbiate già conosciuta, qui, in questa vita?



Così Makoto Shinkai, in un lungometraggio di 106 minuti (Your Name – Kimi no Na Wa) ci narra una storia che cavalcando il mistero degli eventi e il sentimento, ci conduce in una realtà che, senza sfidarli, si addentra negli intrecci spaziali e temporali. E una volta districati sarà chiara ai protagonisti la trama della loro vita.


La prima inquadratura appoggia lo sguardo in uno scenario aperto, suggestivo, immenso. L’universo. L’oggettiva individua tra i frammenti di stella, quella che darà inizio alla nostra storia. La segue mostrandoci il sole, attraversa le nuvole, l’atmosfera e poi prende sempre più velocità, ci conduce su una zona rurale nipponica e poi, nel mirino rientrerà un paesino in particolare, Itomori, sorto sulle sponde di un lago vulcanico. E qui l’inquadratura cambia, diventa una soggettiva, il punto di vista del frammento di stella e poco prima di schiantarci, il buio inghiotte la scena e la narrazione ha inizio.

Ogni tanto, la mattina, quando mi sveglio, mi capita di ritrovarmi in lacrime.

Il sogno che so di aver fatto non riesco mai a ricordarlo, però...

Però dopo essermi svegliata mi resta la sensazione che qualcosa sia andato perduto per sempre.

Sono sempre alla ricerca di qualcosa o di qualcuno.

Questa sensazione si è impossessata di me da quel giorno.

Quel giorno in cui sono cadute le stelle: è stato come

come una visione dentro un sogno, niente meno di questo.

Un spettacolo magnifico.

(Taki e Mitsuha in Your Name.)


Così si apre il sipario con un monologo dal valore duale, dopo quasi un minuto di silenzio.

Stiamo parlando di uno dei più grandi incassi anime della storia giapponese (1.277.960.000 yen), superando gli innumerevoli capolavori dello Studio Ghibli tra cui il primato de “La città incantata” figlia del Maestro indiscusso dell’animazione giapponese, Hayao Miyazaki.


Il film si divide in due parti, la prima: subito dopo il monologo iniziale, lascia spazio ad una “sigla” che ci presenta i personaggi e ci porta a pensare di trovarci in un film che si prospetterà divertente. E all’inizio è così, una serie di equivoci, di disappunti e amnesie, uno scambio di anime tra i due corpi, regole scritte sulle note del telefono e perfino sui corpi stessi, verità, che però non saranno le sole a mantenere alta l’attenzione. Lo scenario: da una parte il paesaggio fittizio – ispirato alle origini del regista – Itomori, abitata da una ragazza, Mitsuha, piena d’entusiasmo, ma che sogna in grande e di poter vivere l’aria della grande città. Dall’altra parte invece in un raggio temporale legato metaforicamente da un nastro rosso, Taki conduce la sua vita a Tokio. Si parla di scenari che descrivono e immergono completamente lo spettatore nell’universo diegetico, scenari prima tradizionali, solenni e poi più moderni, frenetici, dove il gioco di luci e di silenzi sottolineano la scena e suggeriscono il modo in cui coglierla.


E il nastro rosso? Scopriremo con i protagonisti il suo potere, sarà proprio questo oggetto (passando tra i capelli della ragazza al polso del ragazzo, in un momento in cui la metro, la gente e la fretta, scompaiono) a dare forma alla ricerca che per lei finisce ma per lui ha inizio, alla connessione, prima solo mentale e, come la leggenda giapponese suggerisce, a rappresentare il destino che lega due anime gemelle.


Ma veniamo alla seconda parte del film.

Qui emergono le problematiche che destabilizzano l’equilibrio: gli stili di esistenza che prima sembravano un ostacolo si vincono proprio grazie alla comparazione e al superamento del limite, si tratta di tradizione e progresso, mondo maschile e femminile, futuro e passato, leggerezza e malinconia… una cosa non può esistere senza l’altra.

Da qui nasceva la sensazione di incompletezza che porterà i protagonisti a cercare ininterrottamente una risposta concreta.


E si incontreranno? Sì, sulla cresta della montagna che fiancheggia il lago, in una dimensione che ha i colori dell’universo, la dolcezza delle nuvole, la luce delle comete. Dove seguendo l’ordine cronologico risulta essere la seconda volta in cui si vedono, giacché durante lo scambio del nastro, la prima volta, il tempo era sfalsato e ancora non era chiaro cosa per Mitsuha stesse accadendo o cosa ancora dovesse succedere per Taki.

Allora diciamo che se l’incontro non è il primo, per la prima volta si riconoscono, guardandosi negli occhi si chiamano per nome e se li scrivono sulle mani per non dimenticarli ancora.

Ora è proprio qui, che il frammento di stella annuncia il suo ingresso. E sarà proprio lei l’avversione, la fine di tutto, la cessazione della vita se dovesse schiantarsi sul paese o forse, come il film ci mostra, l’inizio burrascoso da scavalcare per poter continuare a vivere e rendere possibile un altro incontro.


Articolo a cura di: Matilda Balboni



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