POLITICA: Letta – Calenda. Tra matrimoni annunciati e divorzi prevedibili

In un quadro politico alquanto controverso che sta caratterizzando il nostro Paese, era quasi certo l’accordo tra il segretario del PD, Enrico Letta, e il leader di Azione Carlo Calenda. Nei primi giorni di agosto, dopo diverse trattative, i due hanno raggiunto l’accordo determinando un passo decisivo verso le elezioni del 25 settembre.



Si è trattato di un’intesa “fondamentale”, secondo Letta, per guadagnare la vittoria nei confronti della destra. Azione e PD hanno siglato l’accordo promettendo la promozione, nell’ambito della rispettiva autonomia programmatica, dell’interesse nazionale nel quadro di un solido ancoraggio all’Europa e nel rispetto degli impegni internazionali dell’Italia.


Tra i punti dell’accordo, in ambito economico e sociale, le parti si erano poste come obiettivo il contrasto alle disuguaglianze e i costi della crisi su salari e pensioni, con la prospettiva di realizzare il salario minimo nel quadro della direttiva UE e la riduzione del “cuneo fiscale” a tutela dei lavoratori. Inoltre, previste erano la realizzazione integrale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la riforma del Patto di Stabilità e Crescita dell’UE, la correzione dello strumento del Reddito di Cittadinanza e il “Bonus 110%” in linea con gli intendimenti tracciati dal governo Draghi, priorità assoluta all’approvazione delle leggi in materia di Diritti civili e Ius scholae. Le parti, inoltre, si erano impegnate a non candidare personalità che potessero in qualche modo risultare divisive per i rispettivi elettorati nei collegi uninominali, nei quali, di conseguenza, non sarebbero stati candidati leader di forze politiche che avrebbero costituito l’alleanza, gli ex parlamentari del M5S, gli ex parlamentari di Forza Italia. Al Pd sarebbe spettato il 70% dei candidati nei collegi uninominali, mentre al partito di Calenda sarebbe toccato il rimanente 30%. Punto di incontro fermo tra le parti era la condivisione del metodo d’azione di Mario Draghi.


Sembrava essere un accordo avente lunga vita, in grado di determinare una risposta importante nei confronti della destra. O almeno così il segretario del Pd credeva, fino a quando Carlo Calenda, dopo soli 5 giorni dal patto, ha ufficializzato la sua rottura rinnegando quanto in principio era stato deciso.


Il leader di Azione ha giustificato il suo cambio di rotta affermando di non sentirsi più a suo agio all’interno di un contesto privo di “coraggio, bellezza, serietà e amore”, non in grado di fare politica. Poco dopo ha attaccato pubblicamente il segretario del Pd accusandolo di aver trasformato l’alleanza in “una grande ammucchiata di persone”, facendo un palese riferimento al fatto che non fosse riuscito a creare una solida rappresentanza di sinistra senza ricorrere a Fratoianni e Bonelli, rispettivamente leader di Sinistra Italiana e Verdi. Si è trattata di una mossa non indifferente, che ha reso ancora più difficile da comprendere un quadro politico già di suo poco chiaro.


È possibile che Calenda si aspettasse un 10% o un 15% ereditato da Silvio Berlusconi? Oppure Calenda aveva previsto un possibile ingresso nella coalizione del centrosinistra del M5s? Ipotesi che Letta non aveva del tutto escluso. È possibile, infine, che Calenda abbia deciso di separarsi da Letta per allearsi con Matteo Renzi e fondare il Terzo Polo?


E difatti così è stato. I due leader centristi sono stati costretti a celebrare un matrimonio forzato. Di interesse, affinché Italia viva possa, da un lato, centrare la soglia del 3% e, dall’altro, Azione bypassare la raccolta delle firme.


Articolo a cura di: Marica Cuppari

21 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti