Platone è antidemocratico?

Nel corso del Novecento il concetto di democrazia ha progressivamente goduto di una diffusione tale da divenire un elemento irrinunciabile per l’autodefinizione di qualsiasi movimento politico: dal liberalismo repubblicano al socialismo, fino ad approdare ai più moderni tentativi di populismo, quando si parla di democrazia non ci si riferisce più semplicemente ad una forma di governo, bensì a un concetto che prevede idee e ideali diversificati, quali libertà, uguaglianza, autonomia, diritti individuali.


“La causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà”.


(Luigi Pirandello, Il Fu Mattia Pascal)



Eppure la democrazia non è un dato naturale, ma il prodotto di difficili processi di emancipazione che partono dall’antica Grecia per approdare -attraverso cicli e ricicli storici- ancora incompleti, ai giorni attuali.


Quando inizia a scrivere La Repubblica, Platone è nel pieno della sua maturità, ha circa quarant’anni e sufficiente lungimiranza per constatare che il recente passato ha messo in luce la debolezza delle principali allora forme di governo. La democrazia di Pericle è ormai spenta; il regime oligarchico dei Trenta Tiranni ha avuto durata tanto breve da palesare il suo fallimento; la democrazia ateniese viene ristabilita e Socrate, condannato dagli ateniesi, muore avvelenandosi. È in questo scenario, intorno al 380 a. C., che Platone riflette sulla necessità di trovare un modello politico alternativo: con La Repubblica, egli ritrae un’ipotetica società ideale fondata sui principi della giustizia e dell’equità.


Per comprendere questo trattato filosofico di Platone serve innanzitutto avere l’immagine dell’anima umana e della società secondo il filosofo. L’anima è concepita di una parte razionale, una irascibile e l’altra concupiscibile ed è lo specchio della società che -anch’essa- si compone, in modo corrispondente, di tre diverse e specifiche caste, colonne portanti dello stato ideale: la classe dei governanti, i quali dovranno amministrare la comunità secondo giustizia e razionalità, ovvero –secondo Platone- i filosofi; la classe dei guerrieri, difensori dell’ordine e protettori militari della società e la classe degli artigiani e agricoltori, produttori dei singoli beni materiali. Fin dalla nascita ciascuno, a prescindere dalla condizione di appartenenza, verrà educato secondo la propria inclinazione per far parte di una precisa classe sociale. La società platonica dunque si fonda sui principi di valorizzazione dell’individuo e trova la sua forma ideale e perfetta quando ognuno, a partire da un talento che sente innato, potrà realizzare la propria predisposizione per il servizio della società.



E ancora, se per Platone l’armonia dell’individuo viene raggiunta quando le tre parti dell’anima convivono senza prevaricazioni l’una sull’altra, allo stesso modo la città raggiunge il suo massimo equilibrio quando le tre classi sociali svolgono le loro reciproche funzioni secondo il dovere che è loro proprio. La contraddizione in cui l’anima incorre avviene nel momento in cui si disperde la gerarchia che la caratterizza: quando le diversità delle tre parti dell’anima si dissolvono, ognuna nella sopraffazione dell’altra, viene a mancare quella caratteristica propria che è linfa vitale per l’equilibrio psicologico dell’individuo. Allo stesso modo, il paradosso della democrazia avviene affidando il potere al popolo per la gestione di una città: ciò significa dare voce alla parte irascibile dell’anima e legittimare, a scapito della sopravvivenza di una collettività, gli impulsi più spontanei e meno razionali dell’uomo.


Il modello platonico, seppur utopico, rappresenta uno dei primi tentativi di costruzione costituzionale. Con Hobbes la prepotenza tra gli individui trova voce nel suo “Homo homini lupus”; Rousseau un secolo dopo risponde con “la natura ha fatto l’uomo felice e buono ma la società lo deprava e lo rende miserabile”. Platone sembra qui aver anticipato entrambi: da un lato coglie la complessità degli aspetti dell’anima umana, dall’altro e al contempo evidenzia quanto le dinamiche sociali abbiano bisogno di un’educazione alla gestione della cosa pubblica. L’attualità della riflessione di Platone sta –tra le altre cose- certamente nell’aver riconosciuto nell’uguaglianza tra gli individui non un punto di partenza ma uno fine rischioso e nell’invito a non considerare assodato qualcosa che, visto da una prospettiva opposta, può rivelarsi la sua esatta negazione.


Articolo a cura di: Lisa Bevilacqua



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