Piacenza d’arte

Piacenza è una di quelle città di fronte alla cui pronuncia, con l’avanzare dei secondi, sorgono sempre più dubbi negli sguardi di coloro che non sono abituali viandanti di quelle parti. In primo luogo rispetto alla sua collocazione nella cartina geografica e successivamente rispetto ai luoghi che la caratterizzano e la rendono unica.



Punto di unione tra Emilia Romagna e Lombardia, rimane ancorata alle tradizioni tipicamente emiliane con uno sguardo proiettato verso le opportunità milanesi.

Eletta “Primogenita d’Italia” poiché nel 1848 fu la prima città italiana a votare a favore dell'annessione al Regno di Savoia, oltre ai salumi imbattibili e tante altre specialità culinarie, Piacenza è riuscita a declinare l’arte in tanti modi diversi da diventare essa stessa arte. Monumenti, musei d’arte, palazzi storici e basiliche sono i primi cittadini che abitano la città. In particolare, nel suo cuore, a ritmo delle strade di origine romana parallele al cardo e al decumano che si intersecano, troviamo Piazza dei Cavalli, che oltre al Palazzo del Comune, ospita due grandi statue equestri a sua protezione. L’artista è lo scultore Francesco Mochi di Montevarchi, paese toscano in provincia di Arezzo, che nel Seicento, su commissione di Ranuccio I Farnese realizzò due enormi opere in bronzo sorrette da due basamenti in marmo che vedono rappresentati lui stesso ed il padre defunto, Alessandro Farnese. Padre e figlio, a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, non sono rappresentati in ugual modo: Ranuccio appare dal tipico abbigliamento un antico romano, mentre la figura del padre risulta caratterizzata da un maggiore dinamismo, oltre che da elementi tipicamente barocchi.


C’è una leggenda che vede questa piazza, originariamente chiamata Piazza Grande, attraversata dal 45° parallelo, il quale è indicato dalla retta diagonale presente sulla pavimentazione. Ciò implica che si troverebbe esattamente a metà dell’emisfero nord della Terra ma questa localizzazione non è risultata completamente aderente alla realtà.



Sempre restando alla famiglia Farnese e non spostandosi dal centro storico, Palazzo Farnese è un’altra attrazione degna di nota. Fu voluto nel 1558 dai duchi Ottavio Farnese e Margherita d’Austria, che incaricarono prima Francesco Paciotto da Urbino e dal 1561 Jacopo Barozzi, meglio conosciuto come il Vignola. Il Palazzo non ebbe vita facile: subì varie interruzioni nella costruzione, specialmente quando il ducato passò al re di Napoli Carlo Borbone, oltre che saccheggi durante l’età napoleonica. Fu adibita a caserma nell’ Ottocento dall’esercito austriaco e a rifugio per i senzatetto dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi è di uso del Comune della città che la utilizza come sede dei Musei civici e sede provinciale dell'Archivio di Stato. È possibile ammirare diverse sezioni che vedono per esempio un’ampia collezione di armi costituita da oltre 400 pezzi raccolti durante la prima parte del XIX secolo dal nobile piacentino Antonio Parma, il museo delle carrozze che copre un intervallo temporale che parte dai primi anni del XVIII secolo fino agli ultimi esemplari prodotti prima della diffusione del motore a scoppio.

Nella sezione archeologica, celebre è il fegato etrusco, modello bronzeo di un fegato utilizzato durante le cerimonie religiose risalente al periodo compreso tra il II ed il I secolo a.C. e rinvenuto nel comune di Gossolengo.


Queste sono solo alcune delle mete che ad un turista, ma soprattutto all’abitante della città, dovrebbero venire in mente a fronte della fatidica domanda “Cosa c’è a Piacenza?”.


Se la posizione strategica eppure di così difficile determinazione da un lato priva la città di una spiccata personalità, dall’altro le permette di non essere definita sempre con gli stessi aggettivi. Può essere ciò che vuole, può modificarsi creando infinite combinazioni di tradizione ed innovazione, non avendo il timore di cambiare, bensì la voglia di evolversi con i suoi tempi e alle sue condizioni. Può essere ricordata in ambito storico, culinario, geografico o artistico, poco importa, basta però che la si conosca.


Articolo a cura di: Emanuela Braghieri



5 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti