Perché dovremmo (ri)vedere "Non sposate le mie figlie"

Dal geniale estro di Philippe De Chauveron e con un cast d'eccezione nel quale ritroviamo Christian Clavier, Élodie Fontan, Julia Piaton, Chantal Lauby e molti altri, "Non sposate le mie figlie" fa la sua comparsa nelle nostre sale il 5 febbraio 2015.



Immaginate un matrimonio civile nel municipio di Chinon, cittadina a ovest della Francia. La sposa è una ragazza con la pelle diafana, capelli scuri e grandi labbra rosse; lo sposo è un distinto ragazzo cinese. Dopo la celebrazione, a cui presenziano numerosi parenti di lui e solo i famigliari più stretti di lei, c'è la foto di gruppo, e il fotografo invita tutti a sorridere, "anche i genitori della sposa", che di certo felici non sono. È la terza volta, infatti, che le figlie dei coniugi Claude e Marie Verneuil convolano a nozze con uomini benestanti ma figli di immigrati: Odile ha sposato l'ebreo David, Isabelle ha sposato il musulmano Rachid e ora è il turno di Ségolène e di suo marito Chao.


Questo melting pot famigliare causa non pochi fraintendimenti. Dalle graffianti battute del conservatore Claude, dai timori della sua “ultracattolica” moglie Marie e dall'imbarazzo che entrambi provano perché le loro figlie non hanno sposato dei cittadini cattolici o almeno con cognomi francesi, emerge la precarietà di una società divisa in numerose parti, che non sembrano realmente disposte ad andarsi incontro. Il pregiudizio, infatti, non viene solo dai Verneuil nei confronti dei loro generi, ma anche gli stessi cognati - sebbene sembrino amici - si rivelano intimamente diffidenti gli uni con gli altri e sempre pronti a lanciarsi qualche commento velenoso (eppure sorprendentemente comico) sulla nazionalità o sulla religione.


Solo per citarne alcuni:

A otto giorni il sistema nervoso non è ancora perfettamente formato, per questo noi ebrei lo facciamo presto, mica come i musulmani che lo fanno a sei anni” – David, conversando sulla circoncisione.

Vengono anche Bruce Lee e Groucho Marx?” – Rachid, parlando di Chao e David.

Allora, siamo d’accordo, evita gli argomenti spinosi: Israele, Dalai Lama, il burqa…E soprattutto non parlare della nazionale di calcio” – Marie, a Claude.



Dopo una furiosa litigata – riassumibile in un pesante scambio di offese, nel quale si tirano in ballo i peggiori clichés – la famiglia ritrova la stabilità quando tutti si riuniscono in occasione del Natale, inconsapevoli che la pace verrà presto minacciata da un nuovo personaggio. Infatti l'ultima speranza di Claude e Marie di avere finalmente un genero cattolico risiede nella loro quarta figlia Laure, ma viene a mancare quando questa presenta loro il suo futuro sposo Charles, attore ivorianoe cattolico – che ha conosciuto a Parigi. Paradossalmente, i tre cognati sono i primi a intromettersi affinché i due si lascino, in quanto sostengono che “quel nero sta mettendo a repentaglio l’equilibrio della famiglia” (cit. Rachid). Inoltre, né i genitori di Laure né quelli di Charles vogliono confrontarsi con una cultura così diversa dalla loro. Lo scopriamo quando Marie dice al marito “Avremo dei nipotini meticci” e poi si lascia andare a un piagnucolio un po’ isterico, e quando André – padre di Charles, ex militare nonché grande oppositore della politica coloniale francese – pone al figlio i numerosi vincoli per acconsentire alle nozze, fra cui l’obbligo ai Verneuil di pagare le spese del matrimonio, in quanto “Il bianco ha sempre depredato l’Africa e deve risarcire in qualche modo”. Con queste premesse tutt’altro che incoraggianti, riusciranno i due innamorati a sposarsi?


"Non sposate le mie figlie", la cui traduzione testuale è "Cos'abbiamo fatto al buon Dio?", è un film che vi farà ridere e sorridere dall'inizio alla fine: politicamente scorretto e mai banale, racconta con sagace ironia le difficoltà e al tempo stesso la bellezza che solo una società multietnica - e in continua evoluzione - conosce. Mai fastidioso o esagerato, si potrebbe definire come l'affidabile specchio di una nazione "affollata" di culture e persone diverse e, anche per questo, così preziosa. Gli stereotipi diventano parte integrante di una pellicola che ci invita a guardarci dentro, a trovare una soluzione tutti insieme, a venirci incontro in questo fantastico mondo variopinto. Abbattere il pregiudizio significa metterci nei panni degli altri, capire che non siamo né migliori, né peggiori di loro, ma siamo tutti uguali e bisognosi di essere compresi e rispettati in quelle stesse peculiarità che ci rendono unici e speciali. "Non sposate le mie figlie" è un inno alla differenza, intesa come "ponte" e non più come "ostacolo".


Articolo a cura di: Benedetta Pitocco



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