Perché abbiamo bisogno dello ius soli

In un mondo capillarmente globalizzato, in cui tutti siamo sempre più coinvolti nelle dinamiche internazionali, le nostre idee di nazione e cittadino cambiano e il nostro approccio insieme ad esse.


Dal 2015 un disegno di legge fa scuotere gli animi dello spettro politico con veemenza, da destra a sinistra: lo ius soli, il “diritto della terra”, che sancisce il diritto alla cittadinanza di uno Stato sulla base della nascita del cittadino sul territorio di tale Stato . Esso si contrappone allo ius sanguinis, il “diritto di sangue”, basato invece sulla discendenza. In Italia, come decretato dalla legge 5 febbraio 1992, n. 91, vige appunto lo ius sanguinis, che prevede che un individuo – residentee nato in Italia da genitori stranieri – possaottenere la cittadinanza italiana solo al compimento del diciottesimo anno di età e solo comprovando una ininterrotta residenza in Italia dalla nascita. (Per esempio, ) questa norma comporta che uno studente minorenne, di discendenza straniera, non possa intraprendere un periodo di studio all’estero, perché ciò non gli consentirebbe di ottenere la cittadinanza italiana; o che un cittadino minorenne omosessuale non sia legalmente tutelato contro i possibili atti violenti che potrebbe subire, perché non riconosciuto come cittadino italiano.


Ma qual è invece la situazione nel resto dell’Unione Europea?

In Germania, per esempio, è contemplata una legislazione mista, che consente di acquisire la cittadinanza attraverso lo ius soli alle famiglie in cui almeno uno dei genitori viva in territorio tedesco da almeno otto anni. In Grecia, invece, gli anni di residenza richiesti sono cinque, mentre nel Regno Unito è necessario un permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Ancora diverso è il caso della Francia, che adotta delle norme simili a quelle italiane, pur consentendo ai figli di genitori stranieri di ottenere la cittadinanza se questi ultimi hanno vissuto in Francia per almeno cinque anni.

Insomma, ci troviamo davanti a un mosaico caotico di leggi discordanti in tutta Europa, come se i singoli Stati non riuscissero a stabilire dei criteri per decidere chi può essere cittadino europeo e chi no. Se l’Unione Europea vuole veramente essere un’unione di fatto e non solo di parole, quello della cittadinanza è uno dei punti cruciali attraverso cui essa dovrà passare.


Guardando oltreoceano ci si prospetta una realtà ancora diversa: nella maggior parte delle nazioni delle Americhe, infatti, vige uno ius soli automatico: tutte le persone che nascono nel territorio dello Stato, ne ottengono la cittadinanza a prescindere dalla nazionalità dei genitori. Negli Stati Uniti d’America – uno dei Paesi sopracitati –questoprincipio è stato da lungo tempo espresso nella stessa Costituzione americana. Tuttavia, esso ha trovato un oppositore nell’ormai ex presidente, Donald Trump, che ha definito “ridicola” la cittadinanza così garantita, dichiarando che gli USA siano l’unico Paese al mondo a dare la cittadinanza in questo modo (dichiarazione, come troppo spesso avviene, falsa) e cercando più volte di limitare al minimo l’immigrazione nel suo Paese, in nome di una specie di necessità di rendere l’America, una nazione costruita per lo più da discendenti di immigrati, “grande ancora”. Il suo oppositore e vincitore delle elezioni di novembre, il democratico Joe Biden, ha annunciato di voler virare su una via decisamente diversa da quella intrapresa dal suo predecessore:unnodo cruciale per la nuova amministrazione è rappresentato dal DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals), il programma di tutela dei “Dreamers”, i figli di immigrati senza documenti, che il nuovo presidente annuncia di voler rimettere in vigore dopo che era stato cancellato durante la presidenza di Trump.


presidenza di Trump.

Torniamo ora in Italia:come abbiamo detto, è stato presentato un disegno di legge che prevede l’ottenimento della cittadinanza iure soli per i figli di immigrati, di cui uno abbia un permesso di soggiorno permanente, oppure attraverso lo ius culturae (“diritto culturale”) per i minori che abbiano frequentato almeno cinque anni di uno o più cicli di istruzione. Il disegno di legge, approvato dalla Camera il 13/10/2015, si è definitivamente arenatonon superando l’esame del Senato.

Secondo i dati UNICEF, sono 800.000 i minori nati o cresciuti in Italia che non possono beneficiare della cittadinanza, insomma poco meno di tutti gli abitanti della città di Torino. Lungi quindi dall’essere una problematica di pochi, rischia di diventare ancora più seria a causa dell’aumento dei flussi migratori da paesi extra-europei a cui stiamo assistendo da diversi anni a questa parte.


Consentire una maggiore inclusività della cittadinanza, permetterà dunque a una parte sempre crescente della popolazione di essere meglio integrata, tutelata, accettata e riconosciuta dallo Stato e dai suoi concittadini. L’Italia non può permettersi di rimanere indietro anche su questa scottante tematica.


Articolo a cura di: Elisa Matta



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