Per non dimenticare mai, quando le leggi razziali cambiarono anche il calcio

Ricorrerà il 27 gennaio del 2021 la Giornata della Memoria, settantasei anni da quel 1945, quando le Truppe dell’Armata Rossa liberarono i campi di concentramento di Auschwitz. Una data che ogni anno riporta alla memoria l’orrore che milioni di persone hanno dovuto provare sulla propria pelle, venendo cancellate dalle barbarie umane. Una data legata ad un unico obiettivo: non dimenticare.


In quei campi di concentramento, l’essere umano ha forse toccato con mano l’inferno in terra, scrivendo una pagina di storia nera, una delle peggiori a memoria dell’uomo.

Tra il 1933 e il 1945, le vittime furono oltre 17 milioni, due terzi degli Ebrei in Europa vennero sterminati totalmente, in quelle mura fredde e grigie che non risparmiarono nemmeno i bambini né donne.


In quegli anni nemmeno il mondo dello sport fu rispArmiato dalle Leggi Razziali, Hitler e Mussolini capirono, anzi, quanto lo sport potesse essere propaganda di regime.

Simon Kuper, storico sportivo, nel noto libro “Ajax, la squadra del ghetto” racconta con un’atroce verve realistica quanto accaduto anche agli sportivi. Sono tanti i documenti rinvenuti ed analizzati nel libro, testimonianze importanti come quella dell’Ajax, club olandese, che comunicò ai propri soci ebrei la cancellazione del tesseramento. Molti altri sportivi ebbero la peggio, perdendo la vita nei lager. Eddie Hamel, calciatore dell’Ajax, morì ad Auschwitz il 30 aprile del 1943 proprio insieme ai tifosi che, ogni settimana, lo sostenevano in campo. Adolf Hitler chiuse in un campo di concentramento anche Jurt Landauer, presidente del Bayern Monaco, cambiando in seguito il nome del club in Judenklub.


L’Italia del calcio venne colpita in prima persona con la morte di Arpad Weisz, allenatore prima del Bologna e in seguito dell’Ambrosiana.

Una sorte simile ma dal finale diverso è possibile trovarla nei racconti delle Foibe, tra il 1943 e il 1945, quando diversi sportivi furono costretti a fuggire e nascondersi. Nota è la storia di Erminio Bercarich che, insieme alla famiglia, per sfuggire alle Foibe si rifugiò a Reggio Calabria, club con il quale siglò il record (tutt’ora imbattutto) di maggior numero di reti. La cittadina in riva allo Stretto di Messina, oltre Bercarich, raccolse altri quattro calciatori: Bercich, Gardassanich, Bartolomei e Lucchesi. Fonti tramandate raccontano che la cittadina calabrese attirò la loro attenzione proprio per la somiglianza geografica a Fiume. Gli stessi amavano recarsi agli allenamenti in bicicletta per ammirare la Sicilia, sita di fronte alla città amaranto.


Racconti tramandati a distanza di anni che richiamano alla memoria una storia atroce passata ma allo stesso tempo attualizzata, proprio per far si che la memoria ricordi ciò che non dovrà accadere, mai più.


Articolo a cura di: Giorgina Rieto



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