Pascoli e la ripresa della cultura latina

Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, Giovanni Pascoli fu artefice di una rielaborazione in chiave poetica del mondo latino. La sua passione per la poesia latina risale a quando era ancora studente presso l’università di Bologna, tanto da discutere una tesi di laurea sulla poesia classica. Nelle opere che produsse negli anni successivi, Pascoli non si dedicò a rielaborare in latino la poesia italiana, bensì produsse una sua poesia «assolutamente contemporanea per ispirazione ed elaborazione dello stile».



Nel 1892 si presentò al concorso internazionale di poesia latina di Amsterdam con il poemetto Veianius, vincendolo per la prima volta. Da questa data infatti, fino al 1912 Pascoli partecipò al concorso tutti gli anni, vincendolo per ben 13 volte. L’importanza che il Certamen Hoeufftianum aveva per il poeta di San Mauro, è strettamente legata alla sua visione del mondo romano. Egli infatti intendeva riconferire al latino il valore di lingua universale che ebbe sotto l’Impero romano. Inoltre l’internazionalità del concorso simboleggiava per Pascoli la riunificazione di nazioni diverse attraverso un comune riconoscimento nella civiltà di Roma.


Alla luce di queste idee, Pascoli operò una radicale rivoluzione nella poesia latina. Le opere del poeta romagnolo si presentano come una straordinaria ricostruzione mimetica delle opere degli antichi, eseguita attraverso lo studio di elementi provenienti dalla cultura e dalla storia di Roma. L’intenzione del Pascoli è di far rivivere la vita romana in tutti i tempi e in tutte le condizioni, come lui stesso afferma in una sua lettera. Un altro aspetto innovativo in Pascoli, è quello di non operare una strumentalizzazione retorica del mito, come invece fecero D’Annunzio e Carducci. La Roma di Pascoli si mostra viva, mette in scena personaggi reali come Catullo e Virgilio, ma anche schiavi, gladiatori e nemici in agonia. Il poeta non si sofferma solo sulla Roma dello splendore, ma rappresenta anche il periodo di decadenza della civiltà romana, in un'atmosfera percorsa da un temibile presagio della fine. Il punto di vista dell’autore è proiettato a fianco dei suoi personaggi, annullando ogni distanza.


Il latino utilizzato è sciolto da ogni necessità e costrizione dell’italiano, distinguendosi per maggiori possibilità di sfumature emotive e fonetiche. L’immagine del gladiatore, con la sua vita al limite della morte, sembra quasi ossessionare Pascoli. Nel Veianius, il poeta riprende il modello delle Satire di Orazio, dilatando l’impianto narrativo nella storia di Veiano, un ex gladiatore che vive a riposo in una villa accanto a quella di Orazio. Qui assistiamo ad un sogno, in cui Veiano si trova nuovamente a combattere nell’arena con un avversario da lui ucciso in gioventù e che ora lo sta per finire. Nell’opera successiva, Gladiatores, Pascoli ripercorre un dialogo fra tre seguaci di Spartaco, la notte prima dell’ultima battaglia. Ancora al ciclo dei gladiatori appartengono il Gallus moriens (1893) e lo Iugurtha (1896). Diverso è invece il compito affidato ad Orazio, presente in svariate opere composte nel periodo dal 1893 al 1910. A lui Pascoli consegna l’incarico di comunicare l’imminente decadenza di Roma, i cui segni sono già presenti in età Augustea e il contestuale presentimento della propria morte, tema centrale durante una passeggiata di Orazio in una Roma surreale ed estranea in Ultima linea (1906). Diverso è invece lo scopo di Satura (1897), poesia il cui scopo è raccontare la splendida amicizia tra Catullo e Licinio Calvo, un altro poeta. In diverse opere successive diventa invece centrale la figura di Virgilio. Il grande poeta latino viene presentato come un personaggio pensoso e problematico, a cui si ricollega una base dell’umanitarismo pascoliano: la pietas.



La solidarietà verso i più deboli, posta alla base della pietas, funge da ponte di collegamento con il cristianesimo dei Poemata Christiana. Questi sono frutto della fase poetica più matura del Pascoli, narrando storie di un cristianesimo primitivo, come quella del vecchio centurione nel Centurio (1901), in bilico tra superstizione e paganesimo. Nel trattare di martiri cristiani, Pascoli non si presta ad esaltare la loro virtù, ma recupera nella loro storia gli ideali di pietas ed humanitas. L'inevitabile confronto tra paganesimo e cristianesimo è alla base del Fanum Apollinis (1904). Lo scontro si conclude quando Erone, sacerdote cristiano, acconsente a non distruggere la statua di Apollo Sauroctono. Tuttavia sulla scena irrompe il furore iconoclasta dei nuovi credenti, che distruggono la statua e tutto il resto. In conclusione, la bellezza delle opere di Pascoli sta nel suo modo di far rivivere l’antico attraverso le parole dell’antico; ma mescolate a tutta la sensibilità dell’uomo moderno, con le sue inquietudini, il senso perenne della morte e la ricerca di una purezza perduta con il progresso della civiltà.


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: Giacomo Sabbatini



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