Parasite: chi è il parassita?

Sono diverse le definizioni di parassita che la scienza medica e l’arte classica hanno formulato nel corso di lunghi secoli di tradizione e trasmissione culturale: la prima, avvalendosi della biologia, inquadra il parassita come organismo che vive a spese di altri; la seconda, invece, discostandosene leggermente, dipinge tale figura accostandola alla maschera folkloristica dello scroccone, che in cambio di favori allieta con le sue buffonerie i commensali. Ciononostante, pochi anni fa una pellicola ridefiniva completamente il parassita, proponendo una visione caleidoscopica e capace di ingannare, o ancor meglio instillare il dubbio, nello spettatore.



Parasite, diretto dal brillante Bong Joon-ho, analizza quasi clinicamente la celere e altrettanto breve ascesa della famiglia Kim, capace di insediarsi parassitariamente nella vita e nella casa dei Park, nucleo familiare particolarmente altolocato. Il regista della pellicola decide di non risparmiare nulla alla vista del pubblico: i Kim, il cui capofamiglia è interpretato dal celebre Song Kang-ho (Snowpiercer, A Taxi driver), sguazzano nella miseria dei bassifondi di una non meglio specificata cittadina sudcoreana. Dal basso del proprio sudicio seminterrato, gli anti-eroi della vicenda resistono con piccoli lavoretti saltuari, prima di riuscire a gabbare la cieca ruota della fortuna, che li ha relegati in uno dei più poveri spicchi di mondo. Solo casualmente, riescono attraverso l’intuito del figlio ed un trucchetto ben congeniato a raggirare degli ingenui padroni di casa; fingendo di non esser accomunati da alcun legame di parentela, instaurano una catena di raccomandazioni tramite la quale i figli Ki-woo e Ki-jung divengono rispettivamente insegnante d’inglese e d’arte a casa Park, mentre Ki-taek e Chung-sook, genitori dei due giovani, occupano il ruolo di autista e domestica, liberandosi delle figure lavorative precedentemente assunte con buffi escamotage.


Sembrerebbe, perciò, che Bong Joon-ho voglia suggerire che la famiglia Kim incarni appieno lo spirito del parassita, sino a che non si palesa un’inquietante scoperta: la vecchia governante nasconde in un bunker segreto sotto villa Park, solo a lei noto, il povero marito, in fuga da diversi anni dai propri creditori. La storia dei coniugi non differisce eccessivamente da quella dei nostri protagonisti, li caratterizza la disoccupazione e il fallimento nei piccoli esperimenti lavorativi. Eppure, di fronte alla naturale pietà che il pubblico si aspetterebbe in tale circostanza, ecco che la macchina narrativa si inceppa irrimediabilmente, bloccandosi in una lotta fra poveri e senza vincitori. Per lo spettatore è quindi logico domandare chi sia effettivamente il parassita: è forse il disperato Geun-sae, il quale da anni vive a spese dei Park che addirittura ne ignorano l’esistenza? Sarà la famiglia Kim, la quale, in balia della stabilità appena conquistata, ride in faccia alla precarietà che l’ha sempre definita e cerca di sopprimere la minaccia della governante? Oppure i veri parassiti sono i padroni di casa, piccolissima percentuale di prosperità in un mondo ricco di povertà?



Non vi è risposta corretta al quesito volutamente ambiguo che il regista cala al centro della pellicola, la quale si concentra piuttosto, nei pochi e febbrili attimi che seguono, sull’idea di una sensazione sino a quel momento ironicamente inavvertibile, l’invisibilità. Ciò che srotola definitivamente la matassa narrativa è l’impercettibilità rappresentata poliedricamente dai Kim, o più specificatamente dal modello che la famiglia ritrae: sino a quel momento ininfluenti, sono disposti a tutto pur di proteggere la sicurezza e stabilità appena conquistate; sfuggiti momentaneamente al rischio che il proprio inganno sia scoperto dai Park, non basta neppure un’alluvione per distoglierli dal pensiero di eliminare la possibile minaccia della domestica e dal consorte. Privo di lieto fine, Parasite si conclude in una escalation di violenza che miete equamente le sue vittime nei tre nuclei familiari, colpendo anche Mr. Park, complice nell’atteggiamento d’indifferenza sino a quel momento mal sopportato da Ki-taek. Basta un solo gesto, apparentemente ininfluente, come coprirsi il naso per allontanare il cattivo odore emanato dai Kim, ostentato anche di fronte alla tragica e inaspettata morte di una giovane ragazza, per scatenare l’odio represso di chi sino a quel momento è stato messo in disparte, o peggio, era – solo a prima vista – invisibile.


Articolo a cura di: Antonino Palumbo



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