PadreNostro: Gli anni di piombo negli occhi di un bambino

Affrontare tematiche la cui fruizione non è immediata, oggi, è una sfida particolarmente ardua che ogni espressione artistica deve fronteggiare, spesso con non poca difficoltà. Come descrivere, ad esempio, un delicato momento storico che gran parte del pubblico non ha vissuto in prima persona e neppure riesce lontanamente a immaginare, coccolato dal comfort e dagli agi della società odierna?



Claudio Noce decide, con il suo terzo lungometraggio, di scavare a fondo nel passato della sua famiglia e propone una pellicola complessa, a tratti criptica e sicuramente coraggiosa. Il regista, figlio del vicequestore Alfonso Noce, racconta, servendosi del pluripremiato Pierfrancesco Favino – che con questa interpretazione si guadagna la sua prima Coppa Volpil’attentato realmente subito dal padre nel dicembre del ’76 ad opera dei Nuclei Proletari Armati (NAP), un gruppo terroristico piuttosto disorganizzato nella scala gerarchica rispetto alle Brigate Rosse, ma non per questo meno pericoloso. L’intento del regista è ricostruire e raccontare l’inimmaginabile travaglio di una famiglia, di un figlio, nello specifico, che assiste ad un violento e ingiustificato attentato ai danni del padre.


Benché Claudio Noce avesse solo due anni all’epoca, raccoglie le memorie del fratello e della sorella, condensandole in un unico personaggio, Valerio – interpretato dal giovanissimo Mattia Garaci – profondamente scosso dal rischio altissimo al quale il padre, messo in scena da Favino, è stato sottoposto e dalla morte di uno degli attentatori. Nonostante la sua tenera età, Valerio vive una vicenda atroce, sperimenta direttamente il dolore, la morte, gli oscuri solchi tracciati dall’odio e dal desiderio di vendetta. Anche quando lo statuario “PadreNostro” torna a casa dopo la convalescenza, il bimbo si rifugia nell’unica certezza che conosce: la fantasia. La figura di Christian (Francesco Gheghi), un quattordicenne enigmatico, che ha tutta l’aria d’essere frutto della fervida immaginazione di Valerio, lo accompagnerà in delle speciali avventure in giro per Roma.


Noce, dunque, sceglie di cambiare radicalmente sceneggiatura: allarmati dal comportamento ambiguo del figlio, che, scomparso per qualche ora, verrà ritrovato dai genitori proprio sotto casa, steso sull’asfalto in una scena del crimine da lui improvvisata col gessetto, decidono di trasferirsi in Calabria. Alfonso sceglie di recarsi presso la sua terra natia, convinto che ciò di cui necessiti il bambino sia solo la sua famiglia ed è terrorizzato dall’idea, all’epoca ancor più stigmatizzata di oggi, di farlo visitare da uno psicologo. La Calabria viene ritratta dal regista in dei paesaggi meravigliosi che accolgono immediatamente la famiglia e lo spettatore, persuaso di aver già intuito la restante porzione di trama.


Il regista, invece, desidera stupire ulteriormente: allontanatosi dallo scenario degli Anni di Piombo, si sofferma sulla parentesi familiare e sul comune dramma psicologico. Christian, intenzionato a non abbandonare il piccolo Valerio, approda in Calabria per trascorrere insieme la vacanza e, sebbene inizialmente cerchi di nascondersi, ben presto Alfonso lo scoprirà intento a bighellonare per casa, invitandolo come loro ospite e legittimandone, di fatto, la reale esistenza. La pellicola assume qui la sua tendenza visionaria, scomponendo i cliché presentatici sino a poco prima; Alfonso, icona della figura paterna nell’Italia del secolo scorso, scoprirà gradualmente la paura. Basta poco: è convinto di voler guidare la propria macchina, in barba ai protocolli previsti dalla scorta, eppure anche solo un semplice motociclista che percorre la stessa strada intimorisce il pilastro della famiglia Noce, il pater familias imperscrutabile, che neppure una volta raggiunto dalle scariche di mitragliatrice sembra essere scalfito. La sua personalità si rivela minuziosamente anche attraverso le capacità attoriali di Favino, che pur impersonando un personaggio dormiente, riesce perfettamente a riflettere la vulnerabilità dell’animo e del corpo, in una scena audace che cita il “Cristo Morto” di Mantegna.


L’opera presenta una stupefacente policromia, sono evidenti anche sul piano scenico, pertanto, le differenze tra le due metà del film, che evidenziano momentaneamente la rinascita della famiglia attraverso i colori brillanti e dorati della Calabria. La pellicola, inoltre, è arricchita da un ritmo altisonante, che alterna alle lunghe scene contemplative un motivo serrato, a tratti asfissiante, del quale il regista usufruisce consapevolmente per esternare il senso d’impotenza che contraddistinguerà spesso Alfonso e Valerio. Il lungometraggio di Claudio Noce si conclude con una scena commovente in cui il “PadreNostro”, più umano che mai, terrificato al sol pensiero di perdere il figlio, lo riabbraccia in preda ad un attacco di panico. Il regista, tuttavia, concede libera interpretazione allo spettatore circa la misteriosa figura di Christian, che Valerio sembra incontrare di nuovo una volta adulto.


Articolo a cura di: Antonino Palumbo



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