Non sei mai dove sai

In tempi di pandemia, durante cui gli spostamenti sono necessariamente ridotti e ci sembra di essere forzatamente reclusi, circoscritti sempre nello stesso posto e nella stessa routine, pensiamo di riuscire a collocare noi stessi in determinati luoghi. Fisicamente non può essere altrimenti, ma se fosse solo una condizione, appunto, fisica? Pensiamo di essere a casa, in smart-working o Didattica A Distanza, ma sarebbe troppo riduttivo pensare a noi stessi come mera materia umana che compie azioni e basta. Lasciamo un po’ di noi in ogni parola detta a qualcuno, in ogni messaggio inviato, in ogni pensiero fatto. Quindi dove possiamo collocare noi stessi, in un’epoca in cui i valori e le certezze di un tempo non esistono più, la conversazione con l’altro è divenuta complicata e non siamo nemmeno più sicuri di noi stessi? Siamo circondati dall’oscurità durante questo periodo, pieni di interrogativi mentre siamo a caccia della verità e non sappiamo più se siamo cacciatori o prede.


Forse non siamo da nessuna parte, forse siamo sempre in viaggio: così risponde parzialmente il “viaggiatore delle parole” Giorgio Caproni, o almeno pare rispondere, quando compone Errata e poi Corrige, affermando nella prima “Non sai mai dove sei” e “Non sei mai dove sai nell’altra. Questo esempio riassume come Caproni utilizzi questa "fin troppo esibita logica binaria", espressa in "formulazioni assolute di opposti che […] si convertono incessantemente l'uno nell'altro" al fine di una ricerca metafisica priva di illusioni o certezze. Mescolando l’italiano con il latino attraverso giochi metaletterari e metalinguistici, Caproni ottiene come risultato la formulazione di espressioni idiomatiche attraverso l’utilizzo dei versi liberi spezzati tra loro derivanti dalla sua conoscenza di Apollinaire. “La mia ambizione, o vocazione”, scriverà in Luoghi della mia vita e notizie della mia poesia (1981), “è sempre stata […] riuscire, attraverso la poesia, a scoprire, cercando la mia, la verità degli altri: la verità di tutti. O, a voler essere più modesti e più precisi, una verità […] che possa valere non soltanto per me, ma anche per tutti quegli altri ‘mézigues’ (o ‘me stessi’) che formano il mio prossimo, del quale io non sono che una delle tante cellule viventi”. Le ricerche svolte in suddette formulazioni però, secondo il poeta, terminano necessariamente con il fallimento e dunque con la negazione di una risposta finale.


Da cosa dipende questa impossibilità di avere una verità unica? Essa sarebbe da imputare all’incapacità dell'uomo di non saper ricercare veramente Dio durante il suo viaggio, in realtà immaginario, poiché è la metafora del cammino che porta l'uomo ineluttabilmente alla morte, a cui non ci si può sottrarre. A questo punto, per meglio chiarire la situazione, Caproni introduce la figura del guardiacaccia, che anni dopo sarà al centro della raccolta “il franco cacciatore” (in cui franco è un aggettivo che sta a significare “libero da qualsiasi pregiudizio etico ed epistemologico”). Questa nuova figura è la rappresentazione dell'uomo stesso che è guardacaccia ma allo stesso tempo è anche cacciatore, una figura ossimorica che rende l’uomo un paradosso. Attraverso i giochi metalinguistici, inoltre, lo scrittore completa questa figura, spiegando il doppio ruolo che l’essere umano inconsapevolmente assume durante la ricerca di Dio nella propria esistenza. L’amara risposta di questa ricerca, tuttavia, è una sola, ovvero la constatazione che Dio non si sta nascondendo e non lo ha mai fatto, semplicemente “Dio si è suicidato”; viene richiamato, dunque, il grande tema novecentesco della morte di Dio, trattato con la leggerezza dello stile caproniano e unito ad una negatività conoscitiva: tant'è vero che proprio per questo motivo ricorre spesso anche all'immagine della nebbia, la quale altro non è che la non conoscenza e, quindi, per estensione del significato, l'assenza di valori etici assoluti. Non c’è risposta alle domande canoniche di tutta un’esistenza: Caproni, invecchiando, accosta la sua poetica alla “teologia negativa” di Montale: quello che noi riusciamo a vedere di tutta la totalità della realtà, raccontato con semplicità per mostrare i paradossi della nostra esistenza, si risolve in una serie di interrogativi destinati a rimanere senza risposta, fosse pure provvisoria.


Articolo a cura di: Claudia Crescenzi



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