Non odiare

Aggiornato il: 27 ott 2020


Non odiare - Il confronto quotidiano

Il film ‘Non odiare’, di Mauro Mancini, è stato presentato in anteprima alla 77° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e poi distribuito nelle sale italiane a partire dal 10 settembre 2020.


La pellicola, ispirata ad un fatto di cronaca, vede nei panni del chirurgo ebreo, protagonista delle vicende, Alessandro Gassmann. Il dottore, che di solito si trova a salvare vite, lascerà morire un uomo, dopo aver scoperto una svastica tatuata sul suo petto. É morto un fascista, è morto un uomo, è morto un padre. Divorato dal senso di colpa, Simone Segre rintraccia la figlia della vittima e la assume come domestica, ma non prevede una collisione così dura col passato.

Il film parla d’odio, in particolare parla di come sia insegnato, piuttosto che innato e si sofferma sul rapporto tra padri e figli, del divario, ma anche dell’inevitabile influenza fra una generazione e l’altra.

Il chirurgo tenta di affrontare il lutto per il padre, che non c’è mai veramente stato nella sua vita, mentre impara suo malgrado che un uomo che odia insegnerà a suo figlio ad odiare.

Un film che affronta – cercando di starne fuori, di planare dall’alto sulla situazione – un tema poco discusso e talvolta anche negato: il neofascismo. La memoria serve per non ripetere gli stessi errori, ma cosa succede quando trasmettiamo una versione distorta della storia? Esiste una storia oggettiva o quella che facciamo è solo narrazione?


La storia non è fatta solo di dati, è fatta di persone e di avvenimenti e di punti di vista. Ne parla ampiamente lo storico e scrittore Carlo Greppi nel suo ultimo libro ‘La storia ci salverà, una dichiarazione d’amore’.


La storia, ci insegna Greppi, deve essere etica, autocritica, reattiva. La storia è un continuo scontro fra bene e male, e parlare davvero di storia significa imparare da ciò che di bene abbiamo fatto e rimediare a ciò che abbiamo sbagliato, o che non abbiamo fatto. Pensiamo che le tragedie della storia restino alla storia: non è così.


Pensiamo che il livello di eticità e moralità che l’umanità ha raggiunto renda impossibile la ripetizione di certe situazioni, ma ne siamo proprio sicuri? La discriminazione finisce? Io credo di no, credo che l’odio continui a riversarsi per le strade. Gli attori cambiano, il copione rimane lo stesso. E quando non è l’odio di pochi, è l’indifferenza di tanti a fare la differenza.


Ricordiamo i lager e ci ispiriamo a chi, estraneo alle due parti, decise di rischiare la vita per salvare quella di sconosciuti. Guardiamo alla storia e ci indigniamo per chi, invece, non fece niente. Ma siamo tanto cambiati? L’indifferenza uccide, anche oggi.

La nostra fossa comune è il cimitero del Mar Mediterraneo. Citando Roberto Saviano, emblema della lotta all’indifferenza: “In futuro gli studiosi, trovando migliaia di morti e relitti nel Mediterraneo, crederanno che si sia combattuta una guerra”.


Leggeranno i nostri giornali e ascolteranno i nostri discorsi d’odio e leggeranno le stime così come noi leggiamo quelle della Shoah e non vi vedranno persone ma assassini, mandanti, complici, testimoni. “E i nostri figli, i nostri nipoti,ci guarderanno negli occhi e non ci diranno niente. E dovranno, semplicemente, fare i conti con la vergogna di essere nostri figli, nostri nipoti.” afferma nel suo libro Carlo Greppi.

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona” diceva Dante. Praticamente non vi è amore che vada sprecato. Forse, tuttavia, anche l’odio torna sempre indietro, forse anche la violenza è un ciclo, quasi impossibile da spezzare.

Siamo così immersi nell’odio che è stato normalizzato. Quanti migranti, quanti essere umani, sono morti oggi? Quanti rapiti? Quanti torturati? C’è chi lucra sull’odio, c’è chi ci fa credere che tutti i nostri problemi e tutte le relative soluzioni siano nell’altro. C'è bisogno di fare una distinzione, tra noi e loro, il cittadino e l’invasore. Solo una separazione può costruire il nemico, può renderlo diverso, pericoloso.


Oggi come ieri, si fa la guerra della disperazione. Combattiamo una guerra fra poveri, perché è più facile odiare i deboli che i potenti: è molto più comodo. Dobbiamo ricordarci che ogni avvenimento diventa una storia, ogni storia diventa una narrazione. Non possiamo essere ovunque, non possiamo vedere il fatto mentre si consuma, ma possiamo sempre scegliere. Scegliere la nostra narrazione dei fatti, scegliere da che parte della storia stare, scegliere con chi stare.

Perché dovremo fare i conti con i nostri nipoti quando ci chiederanno “Perché non hai fatto niente?” e noi non avremo risposte. Siamo figli dell’odio, ma dobbiamo imparare a costruire dove gli altri hanno distrutto.


Arianna Roetta




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