Non è facile gestire il proprio silenzio sotto gli occhi di tutti

Quando si ha la sensazione di non riconoscere le identità degli altri e di non riconoscersi nemmeno nella propria è difficile parlarne; non è il tipico sentimento standard, come la felicità o la tristezza, socialmente accettato verso il quale gli altri occorrono in aiuto non appena viene comunicato loro. Un sentimento del genere non si può tacere, ma le difficoltà nel comunicarlo non sono indifferenti e, in caso di comunicazione andata a buon fine, si rischia di creare una crisi anche nel secondo soggetto o di risvegliarne una già esistente, ma al momento assopita: di questi problemi riguardo l’identità se ne occupa largamente lo scrittore di origine ceca Milan Kundera nel suo romanzo del 1997, chiamato appunto L’Identità.



Tutto inizia da un apparentemente innocuo fine settimana in un piccolo villaggio della Normandia, dove la protagonista Chantal sta aspettando l’arrivo del suo compagno nonché altro protagonista Jean-Marc: la loro relazione è caratterizzata dal fatto che lo stipendio principale che mantiene entrambi è portato a casa da Chantal con la sua agenzia pubblicitaria, non da Jean-Marc, come si è portati a pensare seguendo le funzioni riconosciute tradizionalmente nei rapporti di coppia. Questo è il primo segno della presenza di forzature all’interno della relazione, in quanto lo scambio di ruoli viene accettato consapevolmente da entrambe le parti, ma si scontrerà in seguito con esigenze causate da crisi momentanee nei due protagonisti.


Durante l’attesa, Chantal si trova al ristorante dell’albergo e le capita di sentire la conversazione tra due cameriere che parlano del caso di una persona scomparsa e si immaginano come possa ci si possa sentire quando una persona cara sparisce e chi rimane non saprà mai cosa le è successo. Chantal immagina cosa accadrebbe se un giorno perdesse in quella stessa maniera Jean-Marc: non potrebbe suicidarsi poiché sarebbe un tradimento, un rifiuto dell’attesa, potrebbe solo aspettare fino al suo ultimo giorno.


Tuttavia, Chantal non sa che sta per perdere momentaneamente Jean-Marc, non in maniera fisica bensì a livello d’identità: il giorno seguente, dopo aver realizzato che gli uomini secondo lei sono diventati più papà che padri e che gli uomini non si girano più a guardarla, Jean-Marc arriva e vede Chantal di spalle in spiaggia, fa per andarle incontro – felice di essere finalmente arrivato dalla sua compagna, della quale vede la silhouette – quando si rende conto che quella, per quanto fosse convinto all’inizio, non era Chantal bensì una semplice sconosciuta. C’è un mancato riconoscimento da entrambe le parti, adesso: le identità dei due protagonisti iniziano a vacillare.



Quando finalmente Chantal e Jean-Marc si incontrano, entrambi sono scossi, entrambi si stanno tenendo dentro qualcosa che avrebbero voluto gridare in hotel o sulla spiaggia, poiché “non è facile gestire il proprio silenzio sotto gli occhi di tutti”.


Chantal si fa coraggio, dice a Jean-Marc che gli uomini non si girano più a guardarla – e che questo la manda in crisi, tacendo che teme di aver trasformato il suo compagno in un uomo papà e non uomo padre. Jean-Marc ha paura di perdere Chantal: lui l’ha scelta come lavoro e il suo compito è farla stare bene, impiegando tutte le sue energie per portare a termine questo compito; se per caso dovesse perderla allora Jean-Marc perderebbe il suo unico scopo vitale.


Come fare? Jean-Marc decide di scrivere delle lettere anonime fingendo di essere un ammiratore segreto e di mandarle a Chantal, facendole credere di star facendo valere la sua indipendenza come donna e proseguendo con lo scopo di renderla felice.


Dopo una serie di fraintendimenti Chantal si sveglia: era tutto un brutto sogno. Eppure, le paure affiorate nel sogno sono ancora lì e non si allontanano molto facilmente, forse perché non hanno una soluzione o forse perché tutto il sogno è stato un enorme malinteso.


Articolo a cura di: Claudia Crescenzi



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