NEET, giovani che non studiano e non lavorano: di chi è la colpa?

Per anni non si è fatto che parlare di crisi finanziaria, di conti in rosso e debito pubblico in costante aumento. Proprio quest’ultimo, il debito pubblico, ha incominciato a risuonare nelle teste di tutti perché sulla bocca di tutti, ogni giorno, a qualsiasi ora e attraverso ogni mezzo di comunicazione: sui social, in tv, sui giornali. A un certo punto per sedare questo granaio di conoscenza economica-finanziaria verso il debito di stato, si è spostata l’attenzione verso la variante (oggigiorno a noi caro questo termine) del “debito buono”. Già di per sé, le parole debito e buono sono termini che risultano atipici insieme, tuttavia il riferimento è a quel debito che, al netto di dettagli, sfrutta grossi capitali finanziari (soprattutto in prestito, ecco perché “debito”) per investimenti importanti nel medio-lungo termine. Investimenti in numerosi campi che avrebbero dovuto invertire in particolar modo, il trend di crescita della disoccupazione giovanile, vera grande conseguenza della crisi finanziaria.



Proprio i giovani, la base su cui si poggia il presente e il futuro di un Paese, messi spesso al centro di politiche costruite su consensi di chi voleva porre argine definitivamente al problema ma che in realtà si è reso conto di non poterci riuscire facilmente. La disoccupazione giovanile è cresciuta negli anni sempre di più, e oggi i dati pongono sempre più attenzione ad una particolare categoria definita col termine NEET (Neither in Employment or in Education or Training), ossia i giovani compresi tra i 20 e i 34 anni che non studiano e non lavorano. Il dato preoccupante indica che in Italia la percentuale di Neet è pari circa al 35% per le donne e al 24% per gli uomini (secondo stime EUROSTAT); questo si teme sia dovuto a diverse cause: percorsi scolastici non adeguati, l’altissima difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro o per cause legate a problemi di tipo sociale e personale (discriminazione, basso livello di istruzione e/o disagi psicologici personali).



Di chi è la colpa?


L’Italia non è l’unico Paese dell’Unione Europea che presenta stime così preoccupanti in merito al caso; dunque, non sarebbe corretto dare la colpa ad una singola scelta di governo (o governi, visto che se ne sono susseguiti diversi dall’inizio della crisi), bensì il tema fa riferimento ad un problema più grosso che va ben oltre i confini della penisola e che raggiunge le vicine Spagna, Grecia, Portogallo, Francia e non solo. Numerose sono state le soluzioni proposte ma ben poche sono quelle risultate realmente efficaci. Con i fondi dell’Europa ora, il nuovo piano che il Governo ha sviluppato (il Pnrr: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, preparato dall'Italia per rilanciarne l'economia dopo la pandemia di COVID-19) ha preso in esame anche la questione Neet, e nel bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2022 sono stati stabiliti 20 milioni di euro per i centri per l’impiego destinati ai giovani che non studiano né lavorano.


Sicuramente a fronte di un investimento (e prestito) di più di 40 miliardi di euro da parte dell’Unione Europea per l’Italia, i 20 milioni di cui prima, risultano una risorsa limitata per quanto concerne il problema, ma a tal proposito rappresentano una buona base su cui iniziare a fronteggiare seriamente questa importantissima e delicata questione.


Articolo a cura di: Luigi Chianese




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