Morto un papa se ne fa un altro: genesi del governo Draghi

Si dice che morto un papa, se ne faccia un altro. Il nuovo esecutivo guidato dall’ex Presidente Bce, Mario Draghi, vede ufficialmente la luce in data 13 febbraio, accompagnato da numerosissimi dubbi e incertezze. Sembra già trascorsa un’eternità dai diverbi che videro protagonista la maggioranza demogrillina e le minoranze parlamentari, anche se in realtà, la transizione scaturita dalla precedente crisi di governo si è rivelata piuttosto celere.



Pare che le doti da “Rottamatore” siano tornate nuovamente utili alla mente machiavellica del senatore Matteo Renzi, il quale si è reso, di fatto, artefice della caduta dell’esecutivo Conte Bis mediante la crisi apertasi lo scorso gennaio. Lo scontro esploso fra l’Avvocato del popolo, Giuseppe Conte, e l’ex Presidente del Consiglio sembra essersi protratto a lungo, sopito, per poi destarsi incontrollabilmente. Inoltre, sebbene le previsioni circa la nascita del Governo Conte Ter apparissero inconfutabili, la fiducia parlamentare eccessivamente risicata ottenuta dal Premier, ormai uscente, lo ha spinto a delle dimissioni incontrovertibili. Lo sforzo aggiuntivo di Roberto Fico, concretizzatosi in un mandato esplorativo atto alla ricerca di una nuova maggioranza parlamentare, si è infine risolto in un nulla di fatto.


La soluzione indicata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è confermata particolarmente ponderata e certamente influenzata dalla drammatica situazione pandemica che l’Italia affronta da ormai più di un anno. L’ipotesi di una tornata elettorale anticipata avrebbe presentato, secondo il Capo dello Stato, diversi rischi per la Nazione: non soltanto avrebbe potuto pregiudicare un aumento dei contagi da Covid-19, ma i mesi a venire si dimostreranno determinanti nell’investimento delle risorse stanziate dall’Europa attraverso il Recovery Fund e le tempistiche burocratiche avrebbero potuto impedire al Paese di presentare un piano utile allo stanziamento dei fondi. Il PdR ha optato per una formula governativa “di alto profilo”, che si mostri capace di guidare l’Italia in un frangente così delicato della storia repubblicana, individuando, pertanto, nella figura di spicco del professore Mario Draghi il successore (anche se non spirituale) di Giuseppe Conte.


Le innumerevoli speculazioni che seguono la decisione del Presidente Mattarella sono fra le più variegate: l’ex Governatore della Banca d’Italia, riservatosi di accettare l’incarico, avrebbe in mente – secondo le nuove tifoserie improvvisate e gli analisti qualunquisti dell’ultima ora – un assetto interamente tecnico dedicato alla sanatoria del bilancio, paragonabile all’esecutivo Monti (decisamente improbabile), poi il seguito del Governo Ciampi, per concludere con un rifacimento alla primissima formula governativa tecnica di Dini. Eppure, il risultato finale, alla luce della prima cerimonia presidenziale in era Covid, appare alquanto lontano dalle previsioni iniziali. L’ex Vice Chairman di Goldman Sachs ha evidentemente necessitato dell’appoggio di una solida maggioranza parlamentare, perciò la lista dei ministri del nuovo esecutivo presenta una più che marcata componente politica, benché non esente dalla presenza di tecnici acclamati nei propri settori di riferimento. Si tratta in alcuni casi, dunque, di figure di spicco, che richiamano “l’alto profilo” citato dal PdR, in altri di un esperimento politico di unità nazionale alquanto discutibile. Impossibile, quindi, non citare i tre ministri di Forza Italia, reminiscenze di un lontano (forse non abbastanza?) e a dir poco controverso Governo Berlusconi IV che gli italiani faticano a dimenticare.


Nel frattempo, il “Rottamatore” gongola la sua più grande conquista, secondo molti, architettata da diverso tempo. Indirettamente, però, Renzi dà anche il colpo di grazia ad un M5S più confuso che mai: dopo mesi di conflittualità circa la direzione del MoVimento, Alessandro Di Battista abbandona definitivamente la nave. La votazione con esito positivo sulla piattaforma privata “Rousseau” riguardo la propensione degli elettori grillini ad un governo guidato da Mario Draghi, pare aver accentuato ulteriormente la frattura interna al partito, determinando l’abbandono del “Dibba”.


La nuova formula governativa, malgrado l’insediamento poco convincente, nasce comunque con delle legittime e lodevoli premesse: nel breve discorso tenuto ancor prima di aver individuato una maggioranza, l’attuale PdC ha individuato la centralità del proprio mandato nell’intervento verso alcuni aspetti critici che il Paese affronta oggi; non soltanto la sconfitta del virus, ma anche la preparazione di una adeguata ed efficace campagna vaccinale, nonché la risoluzione dei problemi quotidiani che attanagliano l’Italia. Morto un papa se ne fa un altro: ben presto la poltrona occupata da Giuseppe Conte ha ceduto il posto a Mario Draghi. Adesso, però, è il momento di concentrarsi sul bene dei cittadini e di porre i giovani al centro del piano per la rinascita.


Articolo a cura di: Antonino Palumbo



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