METODO, ESISTENZA E VERITÀ IN DESCARTES

REGOLE METODICHE


Se vi è un pensatore che più caratterizza la schematizzazione e la metodicità della filosofia moderna, questo è sicuramente Descartes. Il suo procedere rigoroso e attento verso i problemi della conoscenza certa ed evidente lo porteranno, dopo aver studiato le scienze umane e restandone deluso dai ragionamenti non apodittici, a inoltrarsi nel campo della matematica e della geometria.



Queste ultime sono per lui indubbie discipline logiche e sicure, intersecando la loro connessione con problemi e ragionamenti strettamente filosofici. Il suo scopo verte sul passaggio dalla fisica alla metafisica, pur rimanendo all’interno metodo. Dice a riguardo Tullio Gregory nell’Introduzione alDiscorso sul metodo: «Provata nell’ambito matematico la validità del proprio metodo Descartes vuole estenderlo a tutte le scienze fisiche per costituire la grande meccanica della natura. Ma nel momento in cui si prospetta alla mente di Cartesio il vasto programma di una nuova fisica matematica, avverte il bisogno di risalire a fondamenti più stabili quali solo la filosofia può dare».[1]

La metafisica risulta una disciplina che ben si adatta al suo metodo. Il motivo principale è quello di riuscire dove pensatori prima di lui avevano fallito. Questi ultimi non erano riusciti a fornire alla filosofia una certezza oggettiva non confutabile. Si avverte inoltre l’avversione ad allontanarsi dal proprio paese d’origine. «Ma se si passa troppo tempo a viaggiare, si finisce col diventare stranieri del proprio paese; e quando si è troppo curiosi delle cose che avvenivano nei secoli passati, si resta per lo più molto all’oscuro di quel che si fa al giorno d’oggi».[2] Questo passaggio segna la preminenza di rifuggire i viaggi costanti, di rimanere altresì sempre coscienti della individualità senza farsi influenzare dal mondo circostante.

Cartesio ritiene che tutto ciò che riguarda la verosimiglianza non adeguato al suo metodo, al contrario, bisogna approdare a ciò che risulta sicuro e vero. Il suo scopo era «di imparare a distinguere il vero dal falso per veder chiaro nelle mie azioni e procedere sicuro nel cammino della vita»[3]. Ritenne inoltre che un’opera fosse originale e perfetta solo se composta da una sola mano anziché da tante. Un uomo deve pensare con la sua testa, non attraverso i pensieri degli altri. Solo così il ragionamento potrà essere autentico e puro in base ai casi che si presentano.

Esaminando i metodi precedenti, non rigorosi, Descartes ritenne opportuno riformulare il metodo attraverso quattro regole fondamentali su cui egli stesso si sarebbe dovuto basare d’ora in avanti; affinché non più la contingenza ma la certezza sarebbe stata la via maestra alla verità.

La prima regola è quella dell’evidenza, e consiste nell’evitare di prendere come vera una cosa che non sia abbastanza evidente e distinta; la seconda regola divide ogni problema in piccole parti quante possibili, necessarie per una migliore soluzione; la terza conduce in ordine i pensieri cominciando dagli oggetti più semplici e facili fino a quelli più complessi; la quarta regola afferma di fare rassegna di tutto quanto analizzato ed essere sicuri di non omettere nulla.[4] Questo nuovo metodo Cartesio lo inserisce nell’ambito filosofico-metafisico e rappresenta una vera e propria innovazione. Prima di lui solo Aristotele riuscì a sistematizzare il sapere, ma Cartesio sulla scia di Bacone e Galileo, ebbe il merito di renderlo scientifico e rigoroso come la matematica. Come si intravede dalle sue regole, l’obiettivo rimane quello di trovare una verità incontrovertibile alla ragione.

Ma ciò che mi appagava in questo metodo era che, per suo mezzo, avevo la sicurezza di fare uso in tutto della mia ragione, se non in modo perfetto, per lo meno nel modo migliore che fosse in mio potere; inoltre, mettendolo in pratica, sentivo che la mia mente si abituava un po’ alla volta a concepire i suoi oggetti in modo più netto e distinto e che, non avendole imposto di dedicarsi a nessuna materia particolare, potevo ripromettermi di applicarla alle difficoltà delle altre scienze con la stessa utilità che ne avevo tratto applicandola a quelle dell’algebra. Non per questo osai volgermi senz’altro a esaminare tutte quelle che potevano presentarsi; sarebbe già stato un contravvenire all’ordine che il mio metodo mi prescriveva. Ma, essendomi reso conto che i principi scientifici dovevano dipendere tutti dalla filosofia, pensai che, in primo luogo, dovevo cercare di stabilire in essa dei principi certi che ancora non vi trovavo; […][5].

Principi che Cartesio non riscontra nelle filosofie precedenti, in particolar modo quella aristotelica-scolastica. La novità risiede nel “dubbio metodico”, che consiste nel mettere in discussione tutto, finanche la realtà. Questa è analizzata accuratamente e messa a paragone del sogno. Il sapere tradizionale si basava principalmente sulle sensazioni, sull’esperienza del senso. Ma chi ci dice che le sensazioni siano veritiere? Cartesio ammette che la conoscenza data dalla realtà sensibile è una mera illusione. In tal senso egli ipotizza la presenza di un “genio maligno, astuto e ingannatore” che si fa costantemente beffa dell’uomo e fa ritenere evidenti cose che in realtà non lo sono. Questo dubbio nei confronti della realtà non è quello degli scettici, afferma Descartes, che è finalizzato alla sképsis, una ricerca continua che mai arriva alla verità. Differentemente il suo fine è quello di giungere a delle conclusioni veritative inerenti alla filosofia.


COGITO: IL PENSIERO COME ATTO DI ESISTENZA

Cosciente che il dubbio sia di fondamentale importanza per arrivare alla verità, ora a Cartesio manca solo di capire quale sia la struttura e il meccanismo di tale presupposto. È il pensiero l’atto che fonda la nostra esistenza? Così esplica il suo pensiero: «Ma subito dopo mi resi conto che nell’atto in cui volevo pensare così, bisognava necessariamente che io che lo pensavo fossi qualcosa. E osservando che questa verità, penso dunque sono, era così salda e certa da non poter vacillare sotto l’urto di tutte le più stravaganti supposizioni degli scettici, giudicai di poterla accettare senza scrupolo come il primo principio della filosofia che cercavo»[6].

Si pone quindi l’accento incontrovertibile dell’esistenza attraverso il pensiero, nel momento in cui “penso”, sono sicuro di esistere, poiché se non esistessi neanche avrei coscienza del mio pensare, sarei quindi un non-esistente. Continua Descartes: «conobbi così di essere una sostanza la cui essenza o natura era esclusivamente di pensare, e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo e non dipende da alcuna causa materiale», è chiaro ciò che intende, si può avere certezza della propria esistenza solo avendo coscienza di se stessi; subentra qui la scissione fondamentale tra res cogitans e res extensa, cioè, la parte pensante e la parte estesa; l’una caratterizza il pensiero che è presente solo nell’uomo mentre nell’altra egli considera la materia estensione fisica di se stessa. Ma cos’è il pensiero? Nient’altro che una presa coscienza immediata di sé attraverso il “dubbio”.

La filosofia diventa analitica e viene alla consapevolezza di una conoscenza della verità diversamente oppugnabile. Il sapere umano avrà d’ora in poi la sola preoccupazione di riconoscere il vero dal falso. Si dispiegherà quindi definitivamente l’età moderna. La verità che ne consegue dovrà contenere il metodo e le regole prima dette, altrimenti non potrà essere giustificabile. Chiarezza e distinzione sono i termini che caratterizzano la verità di Descartes, spostando il cogito dal piano dell’essere al piano del pensiero. Agostino affermava che “se dubito sono”, il pensiero non è più concepibile fuori dall’essere, in quanto il dubbio rappresenterà una forma decisiva del pensiero.


ORIGINE DELLA VERITÀ

Perché la verità sia posta nel pensiero dovrà essere espressa nella sfera del cogito, unica via verso l’analisi dei contenuti stessi del pensiero, che riscontriamo nelle idee. Queste, se discendono dai sensi sono poco affidabili. Solo un’idea è riferibile alla perfezione, quella di Dio. Cartesio si preoccupa dell’origine di questa idea ed afferma che non può derivare da noi stessi in quanto esseri imperfetti, bensì, dalla concessione divina di Dio. Non dobbiamo dimenticare che tutte le idee sono realtà indipendenti dai sensi.

Restava solo che fosse stata messa in me da una natura davvero più perfetta di quel che io non fossi, anzi che avesse in sé tutte le perfezioni di cui potevo avere idea, cioè, per spiegarmi con una parola sola, che fosse Dio. […]; non ero dunque il solo essere che esistesse, ma bisognava di necessità che ve ne fosse qualche altro più perfetto, da cui dipendessi e da cui avessi ricevuto tutto quello che avevo.[7]


Esiste quindi una dipendenza necessaria dell’uomo nei riguardi di Dio, senza quest’essere perfetto, dice Descartes, non sarebbe possibile avere un fondamento di verità così evidente e sicuro. Parlerà di un principio di innatismo; l’idea di Dio è innata; le altre idee derivano da Dio. Ma solo la prima è perfetta, perché non inficiata dalla sensibilità. Di conseguenza queste enunciazioni confermano l’esistenza di Dio. Il nostro filosofo pone Dio come certo per giustificare l’idea di perfezione e di “motore immobile”. Diversamente non potrebbe fare, com’è evidente.

Le idee possono essere appurate solo dal nostro intelletto a discapito dei nostri sensi. Possiamo obiettare dicendo che spesso abbiamo idee oscure e false. Egli risponde a questo affermando che noi non siamo del tutto perfetti per poterle capire. È contraddittorio pensare che le idee provenienti da Dio siano false. Il falso non può provenire dal perfetto. Sia da svegli che da dormienti dobbiamo ricorrere sempre all’evidenza e alla distinzione certa.

Descartes scinde la ragione dall’ immaginazione e dai sensi. Queste ci ingannano sempre, la prima mai; proprio perché si affida ad un fondamento tanto solido quanto perfetto. È la ragione che ci insegna a tenere in maggior considerazione ciò che pensiamo da svegli piuttosto che nel sogno, dove questa è inattiva. L’idea di Dio è utilizzata da Cartesio «per difendere la positività della realtà umana e, sotto il profilo delle potenze conoscitive, la loro naturale capacità di conoscere il vero e, per quanto concerne il mondo, l’immutabilità delle sue leggi»[8]. Di conseguenza la ragione umana è lo strumento per decidere la veridicità delle cose. Come le leggi dell’algebra o della geometria, l’uomo pur essendo imperfetto, deve dar credito al pensiero e all’intelletto per arrivare al vero.

[1] Descartes, Discorso sul metodo, traduzione di Maria Garin del 1986, introduzione di Tullio Gregory del 1998, Laterza, Bari 1998, p. XXXIII. [2] Descartes, Discorso sul metodo, cit. pp. 9-11 [3] Ivi. p. 15 [4] Cfr. G. Reale – D. Antiseri, Il pensiero occidentale 2. Età moderna nuova edizione riveduta e ampliata, Biblioteca La Scuola, Milano 2013, pp. 286-287. [5] Descartes, Discorso sul metodo, cit. pp. 29-31. [6] Descartes, Discorso sul metodo, cit. p. 45 [7] Descartes, Discorso sul metodo, cit. p.47 [8] Cfr. G. Reale – D. Antiseri, Il pensiero occidentale 2, cit. pp.293-294


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: Michael De Bartolo di @Physokai_philosophia

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